Pubblicato su "Diagnosi & Terapia"

Dott. Roberto Vincenzi


"Malattia mentale e terapia nelle
diverse epoche storiche" prima parte


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LA LEBBRA

Le condizioni igieniche del Medioevo hanno consentito il diffondersi della lebbra in quasi tutto il mondo; sul finire del medio evo le Crociate, mettendo in contatto la popolazione occidentale con i focolai d'infezione orientali, contribuiscono grandemente a rendere endemica in Europa questa malattia.

Cessate le Crociate infatti, la lebbra sparisce dal mondo occidentale.

Nel 1266 Luigi VII di Francia fà recensire i lebbrosari che risultano essere circa 2.000 in tutto il territorio francese.

La sola diocesi di Parigi ne conta 43, mentre in tutto il mondo cristiano europeo ce ne sarebbero stati oltre 19.000.

Cessata la circolazione di uomini dovuta alle Crociate, i lebbrosari pian piano si vanno svuotando e gli edifici che li accoglievano ospitano un numero estremamente esiguo di ammalati.

Nasce quindi un po' dappertutto il problema della riconversione e dell'utilizzo di queste istituzioni.

Varie soluzioni vengono tentate dai diversi governanti europei finché una nuova popolazione di ammalati si sostituisce a quella precedente.

La peste in un primo tempo, ed in seguito il "morbo gallico" o "malfrantzos" o "morbo napoletano" ovvero la sifilide ed altre malattie veneree in quest'epoca si diffondono con virulenza in tutta l'Europa.

Gli ammalati, numerosissimi, vengono ricoverati principalmente nei lebbrosari, accanto agli ammalati di lebbra ancora presenti che mal sopportano questa coabitazione "...est mirabilis contagiosa et nimis formidanda infirmitas, quam etiam detestantur leprosi et ea infectos secum habitare non permittant" scrive un medico della epoca.

E questo, così come è stato per la lebbra, adesso avviene principalmente per difendere dal contagio il resto della popolazione; la finalità di queste istituzioni non è mai stata all'epoca quella medica o terapeutica, ma soltanto la necessità dello internamento come esclusione dalla società; ed è importante riflettere su questo fatto perché proprio in questi edifici e in queste istituzioni verranno in seguito rinchiusi i malati di mente.

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LA NAVE DEI FOLLI

Il destino dei folli infatti, prima degli internamenti di massa che caratterizzeranno i secoli successivi, è comunque quello della esclusione in altre forme; si ricordi tra l'altro che per lungo tempo l'accesso alle chiese era vietato ai folli ed in Germania chiunque conduceva un folle ad assistere ad una funzione religiosa, veniva condannato a tre giorni di prigione.

Molti "insensati atque furiosi" venivano semplicemente rinchiusi a vita in celle sotterranee delle prigioni; il destino di altri era diverso ma altrettanto crudele.

La "nave dei folli" , "stultifera navis" , "nef des fous" o "narrenschiff", non è solo una creazione letteraria successiva, ma una realtà ben presente soprattutto in Germania dove i borgomastri delle varie città usavano affidare i pazzi ai marinai e ai mercanti che percorrevano il territorio coi battelli fluviali, affidando ad essi il compito di scaricarli in qualche altra città, possibilmente molto lontana, o di lasciarli, sempre molto lontano, in qualche deserta regione di campagna.

In molte città tedesche la consegna dei folli alle imbarcazioni fluviali era preceduta da un preciso rituale di esilio che prevedeva una pubblica fustigazione ed in seguito una corsa simulata nella quale la popolazione accompagnava i folli cacciandoli a colpi di verga fino alle porte della città.

È significativo il fatto che i folli, prima di questa deportazione, fossero già bollati da una condizione di esclusione o piuttosto di stare sul confine; venivano infatti raccolti, in attesa della nave, in edifici costruiti accanto alle mura della città o addirittura alla porta d'ingresso delle medesime, come testimoniano ancora le innumerevoli "narrturmer" tedesche come le porte di Lubecca o lo Jungpfer di Amburgo, o la famosa "Tour aux fous" di Caen in Francia e lo Chatelet di Melun sempre in Francia.

"È per l'altro mondo che parte il folle a bordo della sua folle navicella; è dall'altro mondo che il folle arriva quando sbarca.

Questa navigazione del pazzo è allo stesso tempo la separazione rigorosa e l'assoluto passaggio. In un certo senso, essa non fà che sviluppare, lungo tutta una geografia semi-reale e semi-immaginaria, la situazione liminare del folle all'orizzonte della inquietudine dell'uomo medioevale; situazione insieme simbolizzata e realizzata dal privilegio che ha il folle di essere rinchiuso alle porte della città: la sua esclusione deve racchiuderlo; se egli non può e non deve avere altra prigione che la soglia stessa, lo si trattiene sul luogo di passaggio. È posto all'interno dell'esterno e viceversa. Posizione altamente simbolica, che resterà senza dubbio sua fino ai nostri giorni, qualora si ammetta che ciò che fu un tempo la fortezza visibile dell'ordine è diventato oggi il castello della nostra coscienza.

L'acqua e la navigazione hanno davvero questo significato.

Prigioniero nella nave da cui non si evade, il folle viene affidato al fiume dalle mille braccia, al mare dalle mille strade, a questa grande incertezza esteriore a tutto. Egli è prigioniero in mezzo alla più libera, alla più aperta delle strade; solidamente incatenato all'infinito crocevia. È il Passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del Passaggio. E non si conosce il paese al quale approderà, come, quando mette piede a terra, non si sa da quale paese provenga. Egli non ha né verità né patria se non in questa distesa infeconda d'acqua tra due terre che non possono appartenergli. È questo rituale che, a causa di questi valori, è all'origine della lunga parentela immaginaria che si può constatare lungo tutta la cultura occidentale? O, al contrario, è questa parentela che dal fondo dei tempi ha evocato e poi fissato il rito dell'imbarco?

Una cosa è certa: l'acqua e la follia sono legate per lungo tempo nell'immaginario dell'uomo moderno."

Se da questa osservazione di Foucault, relativa al quattordicesimo secolo, viaggiamo all'indietro nel tempo, possiamo ricordare che nell'Antica Roma tutta una serie di delitti contro la comunità erano puniti con l'abbandono del colpevole alle acque del Tevere, gettandovelo semplicemente, sciolto o legato, nudo o cucito dentro un sacco di cuoio, con o senza la compagnia di animali simbolici che lo dilaniassero.

Se invece viaggiamo in avanti nel tempo anticipiamo una teoria del settecento secondo la quale la follia è legata ad una malattia degli "umori, liquori e vapori" che circolano nel corpo e nel cervello dell'uomo; la salute viene definita come "il giusto temperamento dei fluidi"; ricordiamo ancora le terapie che prevedevano l'acqua come unica bevanda e naturalmente la balneoterapia, l'immersione più o meno coatta, più o meno prolungata in vasche d'acqua calda o fredda, in seguito le docce fredde, ed ancora oggi i "packs" che son pur sempre immersione totale in acqua gelata.

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L'INTERNAMENTO

Il destino dei folli in Europa rimane per tre secoli ancora quello dell'esilio e della emarginazione che si attuano in forme diverse e con differenti rituali nelle varie nazioni; dobbiamo arrivare al 1600 perché le cose comincino a cambiare.

E il cambiamento che si prospetta, cioè l'internamento forzato e di massa dei malati mentali, nasce caratterizzato da due elementi che saranno riscontrabili fin quasi allo ottocento.

La prima caratteristica consiste nel fatto che l'internamento forzato dei malati di mente non avviene come fatto autonomo, ma rappresenta piuttosto solo un aspetto di un fenomeno sociale e politico di più vaste dimensioni: il problema dei poveri, dei malati indigenti, dei "diversi", dei disturbatori dell'ordine costituito e della morale comune.

In Francia, una data può servire come punto di riferimento: 1656, decreto di fondazione del Hopital General destinato per decreto reale "ai poveri di Parigi".

Le istituzioni preesistenti (nella capitale Salpetriere e Bicetre), vengono raggruppate sotto una unica amministrazione, e così in tutto il resto della Francia. Vengono nominati direttori a vita, che esercitano il loro potere non solo all'interno degli ospedali ma "....hanno ogni potere di autorità, di direzione, di amministrazione, di commercio, di polizia, di giurisdizione, di correzione e di punizione su tutti i poveri di Parigi, tanto fuori che dentro l'ospedale". Viene creata una nuova struttura politica che al di fuori dei tribunali ordinari, decide, giudica ed esegue.

Il decreto istitutivo dell'Ospedale di Parigi, esteso poi a tutta la Francia, stabilisce che "....a tal scopo i direttori avranno, secondo il loro avviso, pali, berline, prigioni e segrete nel suddetto Hopital General e nei luoghi che ne dipendono, e non è concessa facoltà di appello contro le disposizioni che saranno da loro prese per l'interno del suddetto Hopital; e quanto a quelle che verranno deliberate per l'esterno, saranno eseguite nella forma e nel contenuto, indipendentemente da qualsiasi opposizione o protesta presente o futura e, senza loro pregiudizio, e non saranno differite nonostante ogni rifiuto e contestazione".

L'anno successivo viene creata una milizia speciale, "gli arcieri dell'Ospedale", che, agli ordini del direttore, si incaricano, armi in pugno, di dare la caccia ai mendicanti e rinchiuderli in ospedale; gli internati di Parigi, nel giro di due anni passano dalle poche centinaia iniziali a circa seimila persone.

Contemporaneamente si stabilisce il divieto di ingresso nelle mura cittadine ai vagabondi e indigenti che provengono dalla campagna o da altre città; tutta questa popolazione debole e bisognosa viene respinta dai soldati di guardia alle porte delle città.

In queste istituzioni e a queste condizioni saranno rinchiusi negli anni successivi anche i malati mentali, che verranno imprigionati in completa promiscuità con poveri, vagabondi, "immorali" e "diversi" in genere.

Un editto del Re del 1676 prescrive la istituzione di un Hopital General in ogni città del regno.

La seconda caratteristica, deducibile da quanto esposto, consiste nel fatto che l'organizzazione degli Hopital General nel suo funzionamento e nel suo intendimento, non è legata a nessuna idea medica. È un'istanza dell'ordine monarchico e borghese, che si organizza in Francia in questi anni.

L'internamento prima dei poveri e vagabondi, poi dei malati mentali resta fino all'ottocento solo un "probleme de Police" che riflette le ideologie della classe dominante.

Molto spesso queste case di internamento occupano le sedi di quelli che erano gli antichi lebbrosari; e se la Chiesa ne gestisce solo una minima parte, la gestione laica e borghese di tutte le altre non è esente da una ideologia moralista che prescrive per gli internati una vita quasi conventuale, scandita da letture di testi religiosi, funzioni, preghiere e meditazione.

In Francia nel giro di pochi anni viene quindi costituita tutta una rete di queste case di internamento, tra le quali ricordiamo le maggiori: Charenton, Lione, Tours, Senlis, Chateau-Thierry, Marsiglia, Caen.

Analogo fenomeno avviene nei paesi di lingua tedesca con la creazione delle case di lavoro e di correzione le "Zuchthauser", quali quelle di Amburgo, Breslavia, Basilea, Francoforte, Spandau, Lipsia, Halle, Kassel, Lubecca, tutte istituite in quell'arco di tempo.

In Inghilterra le origini dell'internamento sono più remote e possono esser fatte risalire ad un atto della regina Elisabetta I del 1575 volto "alla punizione dei vagabondi e al sollievo dei poveri".

In maniera analoga alla Francia, anche in Inghilterra si estende una fitta rete di "houses of correction" in ragione di almeno una per contea.

In seguito, con un editto di Carlo III del 1670 queste istituzioni vengono riorganizzate e si trasformano nelle "workhouses" che alla fine del diciottesimo secolo arrivano ad essere quasi centocinquanta istituzioni.

Si completa così a livello europeo la politica dell'internamento forzato dei malati di mente assieme a poveri, vagabondi, "immorali e libertini", asociali, piccoli delinquenti o semplicemente persone che in varie forme col loro comportamento, creano problemi, scandalo o disturbo alla famiglia e alla comunità alla quale appartengono.

Il giudizio morale delle ideologie dominanti colpisce "l'assenza di opera", definizione nella quale rientra anche la follia; in seguito i precetti calvinisti e luterani rafforzeranno nei confronti di coloro che non riescono o non vogliono lavorare, la necessità della esclusione e dell'internamento.

Ponendoci da un punto di vista economico e politico, rileviamo inoltre che l'andamento (crescita/decrescita) della popolazione internata in Europa è strettamente collegato alle fasi di recessione o di espansione economica.

Nel momento in cui Enrico IV intraprende l'assedio di Parigi, la città conta oltre trentamila tra mendicanti e alienati su una popolazione di centomila; le istituzioni destinate a contenerli risultano sovraffollate. Agli inizi del seicento la ripresa economica che si verifica li riassorbe: carceri ed istituzioni si svuotano. Al momento in cui spariscono, con la guerra dei Trent'Anni, gli effetti della ripresa economica, si ripresentano i problemi della mendicità, vagabondaggio ed ozio; fino alla metà del secolo l'aumento regolare delle tasse ostacola le manifatture e aumenta la disoccupazione. Ecco allora le sommosse di Parigi (1621) , di Lione (1652), di Rouen (1639). Il mondo operaio è disorganizzato di fronte alle grandi manifatture, alle prime organizzazioni industriali; i "regolamenti generali" proibiscono assemblee di operai ed ogni forma di "associage"; la Chiesa interviene e paragona le associazioni segrete di operai alle pratiche di stregoneria; un decreto religioso, emanato dalla Sorbona nel 1655 proclama "sacrileghi e colpevoli di peccato mortale" coloro che si uniscono ai "cattivi lavoranti" ed ai "cattivi mendicanti".

Di fronte alla severità della Chiesa, la creazione degli Hopital General appare una vittoria laica e parlamentare: il disoccupato non viene più cacciato o punito; lo si prende in carico a spese della nazione, ma a scapito della sua libertà individuale.

Gli "arcieri dell'Ospedale" provvedono agli arresti di massa.

L'internamento di massa costituisce quindi la risposta degli stati alla crisi economica che attraversa tutta l'Europa.

Cessata la crisi l'internamento assume un nuovo significato: non si tratta più di rinchiudere per escludere, disoccupati, alienati, "diversi", ma di far lavorare coloro che sono stati rinchiusi e farli così servire alla prosperità comune.

Il meccanismo è semplice: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione e crisi riassorbimento di "oziosi ed alienati" e protezione sociale contro agitazioni e sommosse. Non a caso gli istituti di internamento sorgono inizialmente nelle città industrializzate.

Talvolta esistono perfino degli accordi che permettono ad alcuni imprenditori privati di utilizzare a proprio profitto la mano d'opera degli "asylum", con un meccanismo simile a quello utilizzato solo cinquantanni fà da primarie industrie tedesche sotto il nazismo, nei confronti di ebrei e "untermenschen" vari, internati nei "lager". Il meccanismo tuttavia non è perfetto e l'utilizzo di questa mano d'opera semigratuita aumenta in certi casi la disoccupazione nelle regioni vicine o nei settori similari.

L'internamento di massa di tutti i "diversi", tutti insieme, sarà utilizzato come rozzo meccanismo di regolazione economica, sociale e politica, fino agli inizi del diciannovesimo secolo quando "la moderna scienza" creerà la differenziazione degli internamenti, ma non ne muterà, il meccanismo.


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Ultimo aggiornamento agosto 2002