Pubblicato su "Diagnosi & Terapia"

Dott. Roberto Vincenzi

"Malattia mentale e terapia nelle
diverse epoche storiche" terza parte

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EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI FOLLIA

Fino al termine del settecento la follia, come si è visto, viene annoverata e trattata non tanto come malattia, quanto come vizio morale; l'etica del lavoro (forzato), spesso ne costituisce l'unico trattamento; agli inizi del diciannovesimo secolo ancora si lascerà morire Sade a Charenton mentre si forma nella coscienza comune il concetto della "follia morale", causata cioè non da malattia ma da "cattiva volontà", "vizio", "errore etico"; siamo cioè alla estremità opposta della regola fondamentale del diritto moderno, secondo la quale il folle non è responsabile delle proprie azioni anche se criminose.

Nel settecento la follia si identifica quindi col peccato morale e lo scandalo; l'internamento ne costituisce il riuscito esorcismo e sancisce la distanza tra i malati e i "normali".

Nasce anche, verso la fine del settecento, in tutta Europa, la usanza di mostrare i pazzi rinchiusi per il divertimento o lo ammonimento dei sani. Ancora nel 1815 l'ospedale di Bethleem mostra i pazzi furiosi per un penny tutte le domeniche.

In Francia, la passeggiata a Bicetre e lo spettacolo degli insensati restano, fino alla Rivoluzione una delle distrazioni domenicali per i borghesi parigini; i folli vengono mostrati "come bestie curiose al primo tanghero che vuol spendere un soldo".

Queste esibizioni al pubblico non fanno che riconfermare la colpa della follia: ciò che costituiva scandalo tra le mura domestiche viene mostrato nell'istituzione per il crudele divertimento del pubblico, ma anche per sottolineare il distacco e l'esclusione dalla vita normale.

Nel settecento, la paura della follia e le connotazioni morali che la caratterizzavano, portavano piuttosto ad esprimere, nei confronti dei malati, un giudizio di animalità, li si paragonava a bestie feroci e li si rinchiudeva in ambienti molto più simili ad una gabbia, un serraglio che ad una casa costruita per esseri umani. Le rare istituzioni che avevano un aspetto più decente, venivano criticate e considerate un inutile lusso.

Il pazzo quindi non è un malato, è un colpevole o un animale; la follia preserva l'uomo dai pericoli della malattia, lo fa accedere ad una specie di invulnerabilità simile a quella degli animali.

La follia essendo animalità scatenata può essere padroneggiata solo mediante l'ammaestramento e l'abbrutimento.

L'evoluzione di questa concezione nell'ottocento sarà rappresentata dalla rozza psicologia meccanicistica e dalle idee "evoluzioniste" di Lombroso e del positivismo in genere.

All'epoca tuttavia, a causa della inadeguatezza degli strumenti di indagine medica, si è ancora prigionieri del dilemma: o la follia è organica (riscontrabile e misurabile) e allora appartiene alla medicina, o si tratta d'altro, e allora appartiene alla metafisica, alla morale, alla religione.

È indicativa in proposito la definizione che Voltaire dà della follia, nel suo "Dizionario filosofico" (1764):

"Noi chiamiamo follia quella malattia degli organi del cervello che impedisce di necessità ad un uomo di pensare e di agire come gli altri. Non potendo amministrare i suoi beni, quest'uomo viene interdetto; non potendo avere idee consone alla vita sociale, ne viene escluso; se è pericoloso, lo si rinchiude; se è furioso, gli si mette la camicia di forza. Qualche volta si riesce anche a guarirlo, con docce, o salassi, o diete appropriate."

Gli studi proseguono in molte direzione tentando di definire ciò che è organico e ciò che non lo è; se la visione del mondo è alterata, ciò non dipende dal cattivo stato delle finestre attraverso le quali il folle guarda il mondo, ma dalla malattia di colui che sta dietro le finestre: la medicina del settecento avanza proponendo diverse teorie: alcuni ritengono che la malattia mentale sia il risultato di una particolare malattia o predisposizione del fisico, altri che dipenda da una specifica conformazione o malformazione del cervello che tuttavia con gli strumenti medici dell'epoca non è possibile rilevare.

Questi tentativi del settecento apriranno la porta nel secolo successivo al materialismo medico, l'organicismo e comunque al tentativo di determinazione delle localizzazioni cerebrali.

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EZIOLOGIA DELLA MALATTIA MENTALE

Nel corso del diciottesimo secolo varia anche la concezione delle cause della malattia mentale; all'inizio era definita dalla sola relazione causale della antecedenza; col passare del tempo si perfeziona l'ipotesi delle cause remote che si possano spingere talvolta fino al momento della nascita.

Passando in rassegna la letteratura dell'epoca riscontriamo come i diversi autori abbiano ritenuto possibili cause della malattia mentale tutta una serie di fenomeni e avvenimenti, tra i quali, ad esempio, citiamo i seguenti: le coliche, gli umori acidi dello stomaco, la nascita durante l'eclissi di luna, la vicinanza di miniere di metallo, la collera delle nutrici, i frutti d'autunno, la costipazione, gli alimenti di cattiva qualità, o presi in troppo grande o troppo piccola quantità, l'aria troppo calda o troppo fredda o troppo umida, certi climi, la vita in società, l'aumento del lusso che determina una vita molle, la lettura di romanzi, gli spettacoli di teatro, le veglie, la solitudine, certe malattie mal guarite, il sudore, il latte, le mestruazioni, disposizione ereditaria, ubriachezza, febbri, seguito di parti, ingorghi delle viscere, contusioni, fratture, malattie veneree, vaiolo, ulcere, disgrazie, inquietudini, angosce, eccesso di devozione, appartenenza alla setta dei metodisti, abuso dei piaceri di Venere, abuso di liquori alcoolici, insolazione, grandi ed improvvise paure, violente emozioni, gli studi forzati, l'attenzione intensa, le meditazioni profonde, la collera, la tristezza, il timore, le passioni amorose, la gelosia, i lunghi e cocenti dispiaceri, l'amore infelice, le passioni dell'anima.

Quest'ultima causa ha una particolare valenza perché comincia a delineare più saldamente l'ipotesi del collegamento tra corpo e spirito, come descrive Foucault: "La passione dunque dispone gli spiriti, i quali dispongono alla passione", gli spiriti circolano e si disperdono a causa della passione, formano nell'anima una traccia dell'oggetto della passione impedendo così all'intelligenza, allo spirito e al raziocinio di staccarsene, e, se non può intervenire un giudizio critico, è la passione che predomina nella mente portando quindi anche alla follia.

La follia quindi come punizione della passione, un concetto riscontrabile già in molta letteratura greco-latina, ma nello stesso tempo l'affacciarsi di un nuovo concetto: la follia frantuma l'unità corpo/mente ed entrambi ne vengono a soffrire.

Un altro concetto psichiatrico che si affaccia all'epoca e può essere letto dai nostri occhi, riguarda il delirio.

Secondo una interpretazione etimologica, la parola delirio proviene dal latino "lira" che significa "solco dell'aratro", cosicché delirare significa propriamente allontanarsi dal solco, dalla dritta via della ragione. Il delirio è principalmente una verbalizzazione particolare che caratterizza l'ammalato di mente rispetto alle persone non ammalate.

Il che, in altri termini, indica che il linguaggio è la struttura principale della follia, un elemento caratterizzante lo stato mentale della persona; ed anche i principali autori del settecento evidenziano nel disordine del linguaggio uno tra i più eclatanti sintomi della malattia mentale.

Si considera quindi ammalata una persona quando parla troppo o troppo poco o contro il suo solito, tiene discorsi osceni o proferisce parole che non hanno alcun senso, esprime concetti che non sono condivisi dalla maggioranza della popolazione, parla con la logica dei sogni, scambia per reale ciò che è astratto o simbolico e viceversa scambia per simbolico ciò che è concreto.


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Ultimo aggiornamento Sett. 2010

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