Pubblicato su "Diagnosi & Terapia"
Nella seconda metà del settecento, in Francia, come abbiamo osservato, si comincia a delineare la prima mappa delle classificazioni delle malattie mentali. A questo sforzo fà riscontro il tentativo di riorganizzare le terapie intorno ad alcuni concetti principali che sono emersi nel pensiero medico e scientifico nel corso degli anni.
Sembra affiorare per la prima volta la possibilità di poter curare i malati di mente piuttosto che limitarsi a rinchiuderli; è indicativa in proposito una circolare governativa del 1785 che prescrive la necessità di un accertamento medico su tutta la popolazione internata, per valutare la presenza o meno della malattia mentale e provvedere poi di conseguenza al ricovero negli istituti specializzati.
Passiamo quindi in rassegna le principali idee terapeutiche:
Si tratta di un concetto molto antico imparentato col mito della natura che da sola è in grado di cancellare tutto ciò che alla natura stessa non appartiene, come la malattia e la follia.
Si osserva inoltre che, mentre l'uso dei vegetali e dei sali viene reinterpretato in una farmacopea di stile razionalista, e rapportato con le patologie organiche, nel campo della malattia mentale permane più a lungo l'idea di una corrispondenza con gli elementi cosmici caratterizzata spesso da un approccio di carattere magico. Permane ancora nel settecento il tema secondo il quale la follia è legata alle forze oscure, sotterranee, notturne e che la guarigione è un risalire dalle profondità ctonie dove regnano incubi e deliri.
Il rimedio più efficace e più comunemente usato contro le malattie nervose è all'epoca senza dubbio l'oppio.
Whytt non trova parole sufficienti per esaltarne i meriti e l'efficacia contro i mali nervosi: "Esso indebolisce la facoltà di sentire che è propria dei nervi, e per conseguenza diminuisce quei dolori, quei movimenti irregolari, quegli spasmi che sono causati da una irritazione straordinaria....lo si utilizza con successo contro le malattie di testa....ed è anche efficace contro la debolezza, la stanchezza, lo sbadiglio, le mestruazioni troppo abbondanti, la colica ventosa, l'ingorgo polmonare, la pituita, l'asma spasmodica. È un agente che forma un ostacolo alla propagazione del male lungo le linee della sensibilità nervosa." Se il nervo tuttavia dopo un po' di tempo ridiventa sensibile "il solo metodo per trarre ancora frutto dall'oppio è di aumentare la dose".
Hecquet cerca di comprenderne i meccanismi terapeutici spingendo l'analisi più nel particolare, e poiché "le cause delle malattie derivano dai fluidi o dai solidi, cioè dai difetti e dalle alterazioni dei fluidi e dei solidi", l'oppio è "un solido che ha la proprietà di svilupparsi quasi tutto in vapore sotto l'effetto del calore......L'oppio, disciolto nelle viscere, diventa come una nube di atomi insensibili, che, penetrando improvvisamente nel sangue, lo traversa velocemente per andare ad infiltrarsi, con la più fine delle linfe, nella sostanza corticale del cervello".
L'effetto è quello di "rinforzare le fibre e le membrane del cervello", renderle più elastiche, rettificare ed animare "il succo nervoso". L'idea base è che "l'oppio guarisce per virtù di natura...... in esso è depositato un segreto che lo mette in comunicazione diretta con le fonti della vita".
Riprendendo il discorso della follia come legame con le forze sotterranee, risulta evidente il valore terapeutico che all'epoca veniva attribuito alle pietre preziose. Per Jean de Renou appare evidente che "in ogni pietra preziosa è infusa qualche particolare ed ammirabile virtù che l'uomo utilizza per proteggersi dai malefici, per guarire numerose malattie e conservare la salute". In questo contesto "il lapislazzuli purga senza alcun pericolo l'umore malinconico, lo smeraldo non solo preserva dal mal caduco coloro che lo portano, ma rafforza la memoria e aiuta a resistere alla concupiscenza" ; mentre per Lemery gli stessi smeraldi "sono adatti ad addolcire gli umori troppo acri, se vengono tritati finemente e presi per bocca".
Altri rimedi appaiono più direttamente legati a valori simbolici:
Lemery osserva che la violenza degli attacchi di furia e delle convulsioni può essere combattuta solo dalla violenza stessa; sarà quindi opportuno somministrare per via orale la polvere "di crani degli impiccati i cui cadaveri non sono stati sepolti in terra benedetta" oppure "il cervello di un giovanotto morto da poco di morte violenta" .
Sempre in chiave simbolica osserviamo l'utilizzo del veleno dei serpenti; scrive Madame De Sevigné: "È alle vipere che io devo la piena salute di cui godo...esse temperano il sangue, lo puliscono, lo rinfrescano...." : contro la ninfomania ed i furori d'amore, Bienville propone invece "argento vivo rivificato di cinabro, tritato con due dramme d'oro e fatto scaldare sulla cenere con dello spirito di vetriolo" similis similibus: il fuoco della medicina spegne il fuoco d'amore.
In maniera analoga, sempre secondo Lemery, un buon rimedio alla intemperanza sessuale è ottenibile bevendo diversi tipi di pozione che sia stata scaldata "immergendo nel bicchiere un ferro arroventato a fuoco".
Passando a considerare invece quelle che sono le cure organizzate e codificate per la follia, oltre a quanto già esposto, si introduce una prima distinzione fra cure fisiche e cure psicologiche.
Precisiamo inoltre che sia la condizione degli alienati che lo sviluppo delle terapeutiche non procedono in Francia in quel modo uniforme che una superficiale osservazione dei testi di storia potrebbe indurre a credere. Nel settecento infatti erano presenti contemporaneamente tutte le condizioni; in base a circostanze casuali legate al luogo dove si manifestava la malattia mentale, l'ammalato poteva finire in prigione, magari per il resto della sua vita, oppure essere ricoverato in compagnia dei sifilitici in qualche ospedale, o in compagnia di altri ammalati in altri ospedali, in una casa di correzione, nei nascenti manicomi, cioè quegli istituti che qua e la cominciavano ed essere fondati sulla specializzazione delle terapeutiche. In maniera analoga, nel campo delle cure, erano presenti contemporaneamente i più diversi tipi di terapia, e anche in questo caso l'esser soggetti all'una o all'altra terapia era una questione affidata al caso.
La riunificazione degli istituti specializzati e la creazione di un organico medico specialistico, sono fenomeni dell'ottocento.
In questo campo, possiamo osservare che i diversi rimedi si focalizzano intorno ad alcune idee base:
- la consolidazione: deriva dalla osservazione che nella follia è sempre presente una componente di debolezza; la fibra nervosa è troppo molle o troppo irritabile o troppo sensibile; la violenza del malato è una violenza passiva anche quando agisce.
Si cercheranno quindi rimedi che possano rinforzare l'animo dell'ammalato; in questo contesto gli odori più sgradevoli, come la citata "assa foetida, l'olio d'ambra, il cuoio in fase di conciatura, piume e peli bruciati tutti insieme".
L'uso di sostanze caratterizzate da un forte e insostenibile odore, avrebbe quindi la doppia funzione di scuotere improvvisamente l'ammalato ed inoltre agendo dall'esterno verso l'interno, di favorire il fenomeno opposto e cioè l'espulsione dall'interno all'esterno della malattia.
Tale è la teoria di Ettmueller secondo la quale "l'assa foetida serve a respingere, nel corpo degli isterici, tutto un mondo di cattivi desideri e di appetiti proibiti che dal corpo mobile dello utero stesso risalgono fino al petto, fino al cuore, fino alla testa e al cervello".
Analogamente per Whytt questa sgradevole sostanza "...fà sparire immediatamente il dolore degli isterici".
Altre sostanze sgradevoli vengono usate più per motivi simbolici e magici che in funzione di revulsivo; Sauvages afferma che:
"Lo spirito di Charras e la famosa acqua della Regina d'Ungheria" aiutano a far sparire l'acidità dell'animo e a recuperare il giusto peso degli spiriti animali.
Il ferro riunisce in sé due qualità opposte: se freddo quella della forza e della resistenza, se arroventato quella della pieghevolezza e della lavorabilità; il ferro comunica all'ammalato non la sua sostanza ma la sua forza e, se, come indica Whytt, "viene preso in grani finissimi, fino a duecentotrenta grani al giorno" costituisce il miglior rimedio contro "la debolezza nervosa dello stomaco e l'ipocondria".
- la purificazione: la follia è considerata tra le patologie dello eccesso; si presenta infatti spesso come "ingombro di viscere, ribollimento di idee false, corruzione dei liquidi interni, eccesso di spiriti animali".
Si sogna innanzitutto la più totale delle purificazioni, quella del sangue; Hoffman suggerisce la trasfusione sanguigna come rimedio agli stati di agitazione: a Bethleem si tenta di sostituire il sangue degli ammalati in preda alla agitazione col sangue di animali tradizionalmente calmi come le mucche ed i vitelli, ma i pazienti non sopravvivono.
Si prova poi con sostanze che preservano dalla corruzione "come la mirra e l'aloe che preservano i cadaveri fin dai tempi dell'antico Egitto" o "il famoso elisir di Paracelso" la composizione del quale non è giunta fino ai nostri tempi.
In questo quadro si impiegano due tecniche opposte: quella della deviazione degli spiriti dai percorsi patologici della malattia e quella della detersione dagli spiriti infetti.
Al primo gruppo appartengono tutti i metodi propriamente fisici che tendono a creare sulla superficie del corpo delle malattie o ferite o piaghe con l'intento di sbarazzare l'organismo dalla malattia portando dall'interno all'esterno gli elementi nocivi.
Il famoso "oleum cephalicum" era un vescicante che spalmato sulla superficie del cranio provocava pustole e piccole piaghe per consentire "l'uscita dei vapori neri fissati nel cervello"; analogo risultato è ottenibile "con bruciature e cauteri su tutto il corpo".
Si pensa inoltre che le malattie della pelle come l'eczema, la rogna ed il vaiolo possano metter fine agli accessi della follia perché la corruzione e la malattia lasciano le viscere ed il cervello per espandersi all'esterno attraverso la pelle stessa.
Si prende quindi, verso la fine del secolo, l'abitudine di inoculare volutamente la rogna nei casi di mania più ostinati.
Al secondo gruppo appartengono le tecniche che hanno più propriamente il compito della purificazione dalla malattia:
partendo dalla supposizione che la follia sia in qualche modo la presenza di sostanze amare nel sangue o nei fluidi organici, si pensa di ottenere effetti terapeutici attraverso l'uso di sostanze che possano in qualche modo contrastare e sciogliere questo amaro.
Il caffè è utile, secondo Thirion "per le persone i cui umori spessi circolano a fatica" , mentre Arsenal afferma che "coloro che ne fanno uso sanno per esperienza che...ostacola i fumi che montano alla testa....dà forza, vigore e nettezza agli spiriti animali"; Tissot invece si concentra sul sapone "che dissolve quasi tutto ciò che è concreto" e ne prescrive l'uso per via orale, o, in alternativa, il consumo dei "frutti saponosi, quali ciliegie, fragole, ribes, fichi, arance, pere, uva e altri frutti di questo tipo"; nei casi più ostinati Muzzel consiglia l'utilizzo del "tartaro solubile, utile nelle affezioni maniache o malinconiche che dipendono da umori nocivi o...prodotte da un vizio nel cervello"; per Raulin sono maggiormente utili altre sostanze ritenute solventi, quali "il miele, la fuliggine, la curcuma, i porcellini di terra, la polvere di zampe di gambero".
Diversi autori inoltre consigliano l'utilizzo di aceto, sia sotto forma di bevanda che in applicazioni esterne, quale revulsivo.
Quasi tutti i medici dell'epoca sono comunque concordi sullo utilizzo ripetuto di salassi e purghe, quali necessario approccio alla malattia mentale
- l'immersione: costituisce il punto d'incontro di due temi diversi: quello della abluzione con tutto ciò che si imparenta coi riti di purezza e rinascita; quello, molto più fisiologico dello impregnarsi che modifica le qualità essenziali dei liquidi e dei solidi.
In questo contesto l'acqua, liquido semplice e primitivo, appartiene a tutto ciò che in natura esiste di più puro e più limpido, entra nella composizione di tutti i corpi e restituisce ad ognuno il proprio equilibrio.
L'uso dell'acqua innanzitutto come unica bevanda del malato; essa, osserva Tissot: "fortifica e pulisce le viscere...scioglie gli umori malsani".
Maggiore è tuttavia l'impiego dell'acqua sotto forma di bagni, usanza che si fà risalire al trattato "De morbis acutis" di Aureliano.
Nel Medioevo, quando si aveva a che fare con un maniaco lo si immergeva tradizionalmente più volte nell'acqua fredda, fino a che "avesse perduto la sua forza e dimenticato il suo furore", come osserva Tissot.
Van Helmont quindi, considerato lo scopritore di questa terapia,
è forse più propriamente l'autore di una reinterpretazione di tecniche antiche; secondo Menuret invece, questa invenzione sarebbe il frutto del caso; e riferisce il seguente aneddoto:
"si trasportava su una carretta un demente legato ben stretto, egli arrivò tuttavia a sciogliersi dalle catene, si tuffò in un lago, tentò di nuotare, svenne; quando fu riacciuffato, ognuno lo credette morto, ma egli riprese presto i sensi che, d'un tratto, si ristabilirono nel loro ordine naturale, e visse a lungo senza subire più nessun attacco di follia".
Sulla base di questa traccia Van Helmond consiglia la massima determinazione: "la sola attenzione che si deve avere è di tuffare improvvisamente il malato nell'acqua e trattenervelo a lungo. Non c'è nulla da temere per la sua salute e la sua vita".
A Charenton il rituale prevedeva la sorpresa e aveva caratteri simili a quelli di una rinascita battesimale: "il malato discendeva alcuni corridoi a pianterreno e arrivava in usa sala quadrata, a volta, in cui era stato costruito un bacino; lo si rovesciava improvvisamente all'indietro per precipitarlo nell'acqua gelata".
A partire dagli inizi del settecento la cura dei bagni prende o riprende posto tra le più importanti terapeutiche della follia.
In questa prospettiva Doublet consiglia, per le quattro grandi forme patologiche allora conosciute, e cioè frenesia , mania, malinconia, imbecillità, l'uso regolare di bagni, aggiungendo, per le prime due, l'uso di docce fredde.
È evidente l'importanza dell'acqua in una pratica medica dominata dalla preoccupazione di equilibrare i liquidi ed i solidi; a questo potere dell'acqua. si aggiungono qualità supplementari come il caldo o il freddo.
Il freddo contrasta le patologie del calore come frenesia e mania; mentre un bagno caldo attira il sangue verso la periferia del corpo aiutando così l'espulsione degli spiriti infetti.
- la regolazione del movimento: basata sul concetto che la malattia mentale è agitazione irregolare degli spiriti, movimento disordinato delle fibre e delle idee, ingorgo del corpo e stagnazione degli umori.
Per contrastare queste patologie, si formulano due metodiche opposte.
Alla prima appartengono tutte quelle tecniche che tendono a riarmonizzare il paziente col mondo esterno utilizzando lunghe passeggiate in campagna o, secondo Burette, "corse in linea retta a velocità crescente"; Sydenham consiglia, nei casi di malinconia e di ipocondria, le passeggiate a cavallo nella campagna, mentre Gilchrist scrive un trattato intero "On the use of sea voyages in medicine".
Lange raccomanda di sottoporre gli spiriti a sensazioni e a movimenti regolari, gradevoli e misurati quali "le passeggiate in luoghi deliziosi, la vista di persone simpatiche, la musica".
Per Le Camus i viaggi "rilassano il cervello", cosi "le passeggiate, l'equitazione, l'esercizio all'aria aperta, la danza, gli spettacoli, le letture divertenti, tutte le occupazioni che possono far dimenticare l'idea fissa".
La seconda corrente di pensiero terapeutico agisce sul convincimento che l'armonia fisica e psicologica dell'ammalato possa essere ottenuta attraverso appropriati movimenti ginnici che vengono più o meno forzatamente imposti ai pazienti assieme all'utilizzo di particolari macchine da palestra.
Alla fine del secolo viene anche progettata la "macchina rotatoria per la cura della malinconia"; ne sono artefici Maupertius, Darwin e Katzenstein; l'utilizzo dell'apparecchio viene descritto da Mason Cox agli inizi dell'ottocento: "si tratta di una colonna perpendicolare fissata sia al pavimento che al soffitto; si lega il malato su una sedia oppure su un letto sospeso ad un braccio orizzontale mobile, fissato a sua volta alla colonna; attraverso un meccanismo poco complicato si imprime alla macchina il grado di velocità desiderato; la macchina è dotata di un freno per ottenere brusche fermate"; la tecnica infatti, affinata con l'esperienza, richiede velocissime rotazioni alternate a brusche frenate; in certi casi tuttavia la malinconia viene sostituita da una specie di agitazione maniacale e stati confusionali.
Nel 1771 Bienville scriveva, a proposito della ninfomania che esistono occasioni in cui si può guarirla "contentandosi di curare l'immaginazione; i rimedi fisici da soli, non possono quasi mai operare una cura radicale"; Beauchesne qualche anno più tardi sottolineava che "invano si vorrebbe tentare la guarigione di un uomo colpito dalla follia impiegando solo mezzi fisici....i rimedi materiali non avrebbero mai un successo completo senza i soccorsi che lo spirito dritto e sano deve dare allo spirito debole". L'approccio è comunque ancora fisico, perche si ritiene che attraverso la commozione dello spirito, si possa agire sul fisico ammalato del paziente.
In questo contesto, la nascente musicoterapia non rappresenta una sintesi corpo-mente, ma semmai una riscoperta del valore terapeutico che l'antichità ha da sempre attribuito alla musica.
La musica guarisce perché si rivolge all'essere umano tutto intero, penetrando il corpo e l'anima con la stessa efficacia.
Schenck riferisce di aver guarito un malinconico "facendogli ascoltare concerti musicali che gli piacevano particolarmente"; Albrecht costringe un delirante a cantare "una canzoncina che svegliò il malato, gli fece piacere, lo eccitò al riso e dissipò per sempre il parossismo".
Si utilizzano anche, in maniera analoga, le forti passioni e principalmente la paura; scrive Crichton : "è con la forza che si trionfa dei furori dei maniaci; la collera può essere domata opponendo il timore. Se il terrore di una punizione e di una vergogna pubblica si associa nello spirito agli accessi di collera, l'una cosa non si manifesterà senza l'altra: il veleno e l'antidoto sono inseparabili. Ma la paura è efficace non soltanto sul piano degli effetti della malattia, essa giunge a sopprimere la malattia stessa."
Per Tissot essendo la collera uno scarico di bile, essa è utile sia per dissolvere le flemme ammassate nel sangue che per rendere più elastiche le fibre nervose, dopo averle sottoposte ad una forte tensione.
Altri metodi, cosiddetti "morali", che verranno sviluppati nell'ottocento, cercano di creare nel malato il senso di colpa per la sua malattia, collegandolo alle forti punizioni che riceve a causa dei suoi accessi; Leuret suggerisce : "Molto sangue freddo e, quando necessario, molta severità. La vostra ragione sia la loro regola di condotta. In essi vibra ancora una sola corda: quella del dolore. Siate abbastanza coraggiosi da toccarla".
Sempre in questa chiave, più morale che psicologica, vanno lette le parole di Sauvages: "Bisogna essere filosofo, per poter guarire le malattie dell'anima. Perché come l'origine di queste malattie non è altro che un desiderio violento per qualcosa che il malato considera come un bene, è un dovere del medico provargli con ragioni solide che quant'egli desidera con tanto ardore è un bene apparente e un male reale, al fine di farlo ricredere dal suo errore".
Un aneddoto, riportato da Whytt, ci introduce a tecniche molto suggestive, come quelle usate da Boerhaave nella sua famosa guarigione dei "convulsionari di Harlem". Whytt riferisce come segue l'episodio: "un'epidemia di convulsioni" si diffonde nello ospedale cittadino; a nulla servono gli antispastici che vengono somministrati in quantità; viene allora chiamato da un'altra città Boerhaave, un medico famoso per la cura degli ammalati di mente; appena giunto egli dispone "che si portassero alcune padelle piene di carboni ardenti e che vi si facessero arroventare dei bastoncini di ferro di una certa forma particolare; poi disse ad alta voce e fece sapere in città che, poiché i metodi usati fino ad allora per guarire le convulsioni, erano stati inutili, ormai non conosceva altro che un rimedio da usare, e cioè bruciare fino all'osso con un ferro arroventato una certa parte del corpo della persona, uomo o donna, che avesse un attacco della malattia convulsiva" ; Whitt riferisce che tutti gli ammalati guarirono improvvisamente senza bisogno di essere bruciati.
Altri autori, paragonando la follia ad uno stato immaturo della persona, prediligono metodi più lenti, quelli dell'istruzione, dando vita ad una particolare forma di pedagogia.
Willis sostiene che "un maestro zelante e devoto deve educarli completamente......bisogna insegnar loro a poco a poco e molto lentamente ciò che si insegna ai ragazzi nelle scuole"; gli "studi matematici e chimici" sarebbero particolarmente indicati per ridar fiducia ai malinconici convincendoli della solidità del mondo reale.
Ammalati trattati quindi come bambini, ma con un moralismo esasperato; su tutti i folli grava una pesante cappa di paternalismo, un ordine morale imposto magari con la forza, dall'esterno attraverso la figura del medico che somministra un'istruzione rinforzata da immediate punizioni. Secondo Pinel:
"Un principio fondamentale per la guarigione della mania..consiste nel ricorrere innanzitutto ad un'energica repressione e poi alla benevolenza".
Un altro approccio, opposto ai precedenti, prevede invece la terapia del delirio attraverso la sua drammatizzazione teatrale.
La prima documentazione storica sull'uso di questa tecnica in Francia, risale al 1637: Lusitanus relaziona sulla guarigione di un malinconico che si tormentava in preda al senso di colpa, a causa dei peccati commessi; "gli si fa apparire un giovane vestito di bianco, come un angelo con le ali e la spada in mano, che, dopo una severa esortazione, gli annuncia che i suoi peccati sono stati perdonati".
Altri autori, circa cento anni dopo, riferiscono su terapie effettuate attraverso la drammatizzazione; Hulshorff descrive la guarigione di un paziente che, "credendosi morto, non mangiava affatto e stava davvero morendo a forza di non mangiare"; la terapia in questo caso viene svolta attraverso la continuazione del delirio: "un gruppo di persone che si erano rese pallide e si erano vestite come dei morti, entrano nella sua camera, preparano una tavola, fan portare i piatti e si mettono a mangiare e a bere davanti al letto. Il morto, affamato, guarda; ci si stupisce che resti a letto; lo convincono che i morti mangiano proprio come i vivi. Egli si adatta molto volentieri a questa usanza."
La stessa Encyclopedie alla voce "malinconia", suggerisce il seguente rimedio: "Quando un malato crede di tener chiuso in corpo un animale vivo, bisogna fingere di estrarglielo.....se è nel ventre si può ricorrere ad un purgante violento e far trovare poi tra le feci un animale che si è appositamente preparato."
Trallion riferisce di un medico che guarì il delirio di un malinconico che si immaginava di non aver più la testa e di sentire al suo posto una specie di vuoto: il medico accetta, su richiesta del malato, di tappare questo vuoto e gli mette sul capo una grossa palla di piombo. Ben presto il peso che ne deriva ed il disturbo doloroso, convincono il malato che egli ha una testa.
Il ritorno all'immediato della vita quotidiana, costituisce per altri la miglior cura; Bernardin de Saint Pierre racconta come si liberò, mediante questa tecnica, di uno "strano male", per cui "come Edipo vedevo due soli". Dopo aver compreso, per mezzo della medicina, che "il focolare del mio male era nei nervi", e dopo aver tentato invano diverse terapie, "a Jean Jacques Rousseau fui debitore del mio ristabilimento. Avevo letto, nei suoi scritti immortali, che l'uomo è fatto per lavorare, non per meditare. Fino ad allora avevo esercitato lo spirito e riposato il corpo; cambiai regime: esercitai il corpo e riposai lo spirito. Rinunciai alla maggior parte dei libri, rivolsi lo sguardo alle opere della natura che parlavano a tutti i miei sensi un linguaggio che né il tempo, né le nazioni possono alterare".
In questo quadro di mutamento ideologico, l'internamento forzato che serve solo a rinchiudere per escludere, comincia ad essere messo in discussione; il rigore carcerario di diverse istituzioni viene gradualmente abbandonato a favore di una concezione "naturalista" che prescrive il contatto con la natura quale unico rimedio. Jouy descrive l'esperienza della cittadina di Gheel dove è stato realizzato un istituto "aperto" : "i quattro quindi degli abitanti sono pazzi, ma pazzi davvero, e godono senza inconvenienti della stessa libertà degli altri cittadini.... Alimenti sani, aria pura, tutto l'apparato della libertà, ecco il regime che si prescrive loro e al quale la maggior parte deve, in capo ad un anno, la sua guarigione."
Questa tendenza terapeutica, come già accennato, era presente in Spagna, a causa dell'influsso arabo, già da parecchio tempo; Pinel, dopo una visita all'ospedale di Saragoza, evidenziava che vi era stato stabilito "una specie di contrappeso alle deviazioni dello spirito con l'attrazione ed il fascino ispirati dalla coltura dei campi, con l'istinto naturale che porta l'uomo a fecondare la terra e a provvedere così ai bisogni coi frutti del suo lavoro".
Ultimo aggiornamento agosto 2002