Erano anni che volevo andare in India. Pensavo sarebbe stato un gran viaggio, un'occasione di crescita personale, un'esperienza spirituale importante. Avevo letto tanto sull'India, dai "Vagabondi del Dharma", tutta la Beat Generation, e poi mistici e santoni vari, ascoltato sitar e raga. Mi sono comprato, importandola, una preziosa Guide Bleu di Hachette sull'India del Nord, ed è quasi un anno che leggo e rileggo quando posso.
Agosto, per il clima, è tra i mesi meno adatti per le visite in India, ma è l'unico periodo dell'anno in cui, per una serie di combinazioni favorevoli, posso avere tutto il mese di ferie. Era il 1981, avevo 32 anni.

Un viaggio faticoso, Kuwait Airways, scalo in Abu Dhabi, poi Air India, soste e ritardi.
Scendo dall'aereo a Nuova Delhi, Indira Gandhi International Airport, e subito, l'impressione è quella di entrare in una serra dove qualcuno, da ore , stia facendo bollire dei pentoloni pieni di acqua di fogna, merda e curry.

In aeroporto, attraverso le vetrate rotte, entrano grossi uccelli, sembravano corvacchioni, e svolazzavano liberamente per le sale, scagazzando altrettanto liberamente sulla gente in attesa.

Ora locale 7 del mattino, temperatura 46 gradi, umidità massima. Durante il giorno fa' più caldo.

A terra, nel sudiciume spalmato su tutto l'aeroporto, scarafaggi piccoli e grandi tra i piedi dei viaggiatori.
Per recuperare la valigia e superare la barriera doganale, ci vogliono quasi due ore, che passiamo in coda, scacciando/schiacciando insetti.

All'uscita dell'aeroporto, mi si accalcano intorno e addosso una diecina di persone, che poi scopro essere tassisti, tutti gridano contemporaneamente e tutti vorrebbero essere scelti da me, che scelgo il più vicino, per mettere fine a tutte quelle urla e al casino.

Sulla vecchia Austin taxi avanziamo nel traffico impossibile di Nuova Delhi.
Palermo, Napoli e Roma al confronto sono città di addormentati al volante.
Tutti suonano il clacson e urlano dal finestrino; agli incroci, che ci sia verde o rosso non ha molta importanza, tutti accelerano e passano; una specie di prova di forza continua: il camion scaccia l'autobus, che scaccia la macchina, che scaccia l'ape taxi, che scaccia moto e biciclette. Tutti assieme scacciano e cacciano i pedoni. (Il traffico automobilistico delle città indiane è descritto nei video "Only in India" che si possono vedere Internet, You Tube).

Qui ci lascio la pelle, penso mentre il mio taxi urta sul fianco un altro taxi, gli autisti si gridano qualcosa e proseguono. Guidano come scimmie, penso, se la cavano per i riflessi pronti, ma ignorano qualsiasi concetto astratto sulla regolazione del traffico.

Sullo spartitraffico uomini riversi; dormono? stanno male? Non importa a nessuno. In periferia, baracche ai lati della strada, fumo denso che esce dalle porte, bambini che si rotolano nel fango, odori dolciastri improvvisi che prendono alla gola. Dove la strada è stretta, autobus, camion e macchine si mettono tutti al centro e, incontrando chi viene dalla direzione opposta, fanno a gara a chi scarta all'ultimo, buttandosi da un lato, dove la strada diventa di terra, piena di buche.

Mi ricorda un po' la "corsa del coniglio" nel film "Gioventù bruciata" (USA 1955, regia di Nicholas Ray, con James Dean, Dennis Hopper, Natalie Wood), ma la mia paura di un frontale non diminuisce.

Il mio viaggio volevo viverlo facendo poco il turista e cercando di stare vicino agli indiani. Così avevo scelto l'Hotel Ranjit, un albergo frequentato quasi solo da indiani, con pochi turisti. Arrivato in albergo, cerco di liberarmi del tassista che, per modica cifra, si offre di accompagnarmi tutto il giorno, ma io casco dal sonno in preda al jet lag e riesco a digli di no stancamente. L'albergo è una palazzina in cemento e mattoni, a due piani, moderna ma già fatiscente. L'intonaco esterno e interno si stacca a grossi pezzi. Il tutto ha l'aria molto usata e un po' sporchetta. Nell'atrio alcune cameriere puliscono la moquette strofinando per terra uno straccio unto. Nelle camere la corrente elettrica va e viene e l'aria condizionata o non funziona, oppure trasforma la stanza in una baita alpina e i vetri delle finestre si appannano. L'acqua che esce dai rubinetti è color marroncino, come un thè leggero. Bere, bevo la minerale, ma con quella brodazza marrone mi ci devo lavare. E giù amuchina.

Vorrei dormire un po', sono sfasato dopo il viaggio, ma non ci riesco perché ogni dieci minuti qualcuno bussa alla porta della camera: tutta una serie di camerieri diversi, room attendant e valets che offrono servizi e chiedono mance.

La mia agenzia di viaggi in Connaught Circus, dove vado a comprare biglietti per il resto del mio viaggio in India e Nepal, non dispone di terminali per le prenotazioni aeree, ma utilizza una serie di bambini che, muniti di un foglio con la richiesta, corrono velocissimi in altre agenzie e chiedono se c'è il posto. Tornano quindi sempre correndo in agenzia e passano il foglietto all'impiegato, che prima ha rifiutato di stringermi la mano bofonchiando qualcosa su "it's my religion, sir". Costui mi annuncia che il posto c'è, chiede se lo voglio confermare, e via di nuovo bambini con biglietti in corsa, mentre noto sul pavimento dell'ufficio sfrecciare un paio di graziosi topolini, ai quali nessuno fa caso. In questo modo non riusciamo a chiudere tutte le prenotazioni, "Try tomorrow Sir, we see you second time" sibila mellifluo l'impiegato.

Dopo aver subito l'assalto di una diecina di autisti di ape-taxi, ne scelgo uno e, con molta più paura da parte mia, visto che la protezione dell'ape e assai minore di quella della macchina, fendiamo il traffico, in cui il mio autista si infila in velocità, con una curva strettissima che fa sollevare una ruota posteriore dell'ape, lui raddrizza, accelera, si volta verso di me: "no problem sir" sorridendo, e non guarda davanti, oddio.

Chandni Chowk, vicino al Forte Rosso, è una interminabile via di negozi indiani nella città vecchia. Lungo uno dei marciapiedi c'è una canaletta a cielo aperto, che convoglia acque e rifiuti di fogna. Proprio lì vicino, sul marciapiede, c'è chi cucina frittelle da vendere ai passanti. Un focomelico, appoggiato al muro, a torso nudo, protende le mani che gli spuntano dalle spalle. Molti sputano rosso per il betel e il marciapiede è tutto macchiato. Prima di saperlo, credevo fosse sangue.
Scendo dall'ape taxi, e mi arrivano addosso le mosche, cercando gli occhi e la bocca, o la maglietta sudata. Mosche anche su tutta la merce commestibile e non, in vendita nei vari negozi. Le contrattazioni, per qualsiasi acquisto faccia, sono sfiancanti: in molti casi bisogna sedersi nel salottino del negozio, fare conversazione, bere un thè e poi parlare di prezzi. Ho sempre attaccato addosso un gruppetto di ragazzini, che mi studiano con lo sguardo mentre urlano e chiedono soldi o dolci o si offrono come guida. E tutte le volte che sei per strada e vuoi prendere un mezzo di trasporto, devi confrontarti col solito nugolo di autisti urlanti.

Al Consolato Nepalese, in Barakhamba Road, pago una misteriosa tassa di ingresso e compilo un modulo complicatissimo per un visto turistico di pochi giorni; sarà pronto domani, ma domani mi diranno anche loro "Not ready sir, try tomorrow".

Stasera è meglio non uscire, dice il portiere dell'albergo, oggi ci sono stati scontri di piazza tra fazioni religiose diverse. Per realizzare una specie di coprifuoco alle 21.30 viene staccata l'illuminazione pubblica e tutta la città piomba nel buio. Me ne sto nell'atrio dell'albergo assieme ad altri clienti a vedere alla tv film indiani, che sono della lagne noiosissime spesso cantate, con trame ingenue e giochi d'occhi tra il protagonista e la bella maliarda.

Connaught Circus, "Gay Lord Restaurant", porta a vetri e tende pesanti di velluto, Dentro è molto buio così non entrano le mosche. A tavola vedo che il mio piatto è sporco e lo segnalo gentilmente al cameriere. "No problem sir" risponde, e si sfila dal davanti dei pantaloni, un tovagliolo sporco col quale strofina il mio piatto, stendendo uniformemente l'unto. "Clean now sir". E io ci mangio.
Alla toilette un vecchietto magro mi asciuga le mani dopo che me le sono lavate, poi si butta ai miei piedi e comincia a lucidarmi le scarpe. Io mi sento male per la vergogna della situazione, mi sento un porco capitalista.

Comincio a star male d'intestino e ad andare in bagno molte volte al giorno; ho le medicine portate dall'Italia, ma sembra che non servano. Per strada, se sto male, mi infilo in negozi apparentemente di lusso, per poter usare le loro toilettes, e scopro che il lusso si ferma alla vetrina, e che le toilettes sono un incubo.
Mi sento male per strada, mi accuccio dietro un muretto, fregandomene della gente che mi vede, tanto nessuno mi chiede se ho bisogno di aiuto.

Prima che il tutto mi passi, ci sono due giorni nei quali sto malissimo, non riesco a mangiare, bevo acqua minerale "Golden eagle" indiana, e mangio zuccherini portati dall'Italia.

Bloccato in autobus ad un passaggio a livello, "Siete proprio idioti", penso, notando che tutte le volte che il passaggio a livello si chiude, gli indiani si accalcano con automobili, camion, ape e carretti e occupano tutte e due le corsie della strada. Dall'altra parte fanno la stessa cosa, per cui quando si alzano le sbarre, due file di qua e due file di là si fronteggiano, la strada resta bloccata per molto tempo, tutti gridano, litigano, suonano il clacson. Intanto il passaggio a livello si chiude di nuovo. Molta fatica e molto tempo sprecati, spostando i vari veicoli in esasperanti marce indietro, alla fine riusciamo a passare.

Sto visitando Jantar Mantar, una serie di particolari edifici realizzati come osservatorio astronomico/astrologico. Piove all'improvviso, una pioggia calda e violenta, è il monsone, la via si allaga in pochi minuti, l'acqua mi arriva alle caviglie, poi a metà polpaccio, poi comincia a scendere. Mentre sono lì, a mollo, osservo con interesse un grosso topo morto, che galleggia nell'acqua vicino a me, assieme alla spazzatura e agli insetti, e mi auguro di non avere un taglietto nei piedi.

Ho prenotato e comprato in stazione, con gran fatica visto che il bigliettaio parla poco l'inglese, un biglietto ferroviario per la città di Agra, con un treno storico, famoso Taj Express. L'indomani mattina alle 6 sono già alla Nizamuddin Railway Station, sulla pensilina, in attesa del treno. Sento qualcosa che mi spinge, mi preme sul braccio e sulle mani; mi giro di scatto ed è un lebbroso che sta toccandomi coi moncherini per attirare la mia attenzione e un obolo. "Ora mi prendo anche la lebbra", penso, anche se so che non è così, mollo l'elemosina e mi sento contaminato.
Il vagone ha le sbarre ai finestrini; solito pensiero: siamo noi che teniamo fuori loro o sono loro che tengono dentro noi ? Nello scompartimento, sedili di cuoio che una volta era blu, di fronte a me due indiani grassocci si rilassano, si tolgono le scarpe e si puliscono frugandosi tra dito e dito del piede, poi passano alle orecchie e al naso. Per non vederli, alzo la mia Guide Bleu Hachette sull'India e faccio finta di leggere.

In albergo, ad Agra, senza aria condizionata, sento una ragazza gridare in inglese dalla camera vicino alla mia, esco in corridoio, busso alla sua porta semiaperta ed esce di corsa un indiano. Lei mi spiega che è un room vallet dell'albergo che la stava tacchinando.

Entro nella Bank of India di Agra per cambiare i miei dollari in rupie.
C'è una gran coda di indiani, davanti allo sportello.
L'impiegato dietro il banco mi vede e dice qualcosa ai clienti in attesa, che si scostano e mi fanno passare davanti a tutti. "Why ?" chiedo all'impiegato.
"Because you are a white man" risponde.
E stavolta mi sento proprio una merda.