Troppo spesso, leggendo un giornale, guardando la televisione, ascoltando la radio, veniamo colpiti da avvenimenti terribili, che stanno accadendo tutto intorno a noi.

Le principali paure dell'umanità (guerre, terremoti, epidemie), sono tutte presenti, e ci colpiscono con drammaticità, attraverso le immagini e le parole, che la globalizzazione e la velocità delle comunicazioni portano dentro le nostre case.

Il rapido diffondersi delle notizie, è di per sé un elemento positivo, che ci consente di seguire in tempo quasi reale, ciò che avviene a migliaia di chilometri da noi. Ma questa velocità delle informazioni ci trasmette, altrettanto velocemente, un senso di paura e di incertezza sul nostro futuro.

Le terribili immagini della guerra in Iraq sono ancora presenti nei nostri occhi e nelle nostre menti, evocando la paura che possano scoppiare altre guerre, e che non siano sempre in paesi lontani da noi. Che poi, vicino o lontano, non ha più tutta questa importanza, visto l'utilizzo dei missili a lunga gittata e la mortale potenza delle armi nucleari, batteriologiche o chimiche, che possono essere trasportate velocemente in qualsiasi parte del mondo.

L'attentato alle torri gemelle di New York, ci riporta ad uno scenario in cui tutti possono essere colpiti, e non esiste un comportamento che possa difenderci da questi pericoli. Lo "scudo spaziale" americano, contro l'attacco dei missili, che tanto veniva esibito come garanzia di sicurezza, non è servito a nulla contro arerei civili, che volavano a bassa quota.

Quanto alla guerra, le statistiche sulle vittime ci informano che il numero dei civili uccisi supera quello dei soldati caduti in battaglia, e la tendenza attuale nel combattere le guerre, è anche quella di colpire sempre più pesantemente la popolazione civile: bambini, donne, anziani, ammalati, invalidi.

A questo quadro si aggiunge l'incubo del terrorismo, che può attaccare ovunque, con l'impiego dei kamikaze disposti a farsi saltare in aria, pur di portare con se nella morte il maggior numero di nemici.

La nostra fiducia nella medicina viene scossa, quando apprendiamo che virus ancora "misteriosi" e "mutanti", possono diffondersi nell'aria e uccidere in breve tempo; il fatto che questo avvenga dall'altra parte del mondo, non ci rassicura poi troppo, quando consideriamo tutte le persone, sane e ammalate, che quotidianamente, a migliaia, si spostano in aereo da una parte all'altra della terra. Sappiamo che questi flussi di persone e di merci non possono essere fermati, senza fermare anche l'economia dei diversi paesi, basata sul commercio internazionale.

La paura dell'AIDS non è più prerogativa di tossicodipendenti e omosessuali, ma riguarda tutti coloro che hanno rapporti sessuali con un nuovo partner. Su questa paura si innesta poi quella della polmonite killer, che, stando alle notizie attuali, può essere contratta semplicemente stando vicini all'ammalato che tossisce o starnutisce, o, ancora, maneggiando oggetti precedentemente contaminati dagli ammalati.

Le mascherine verdi di plastica, che vediamo indossare nei paesi colpiti da una epidemia, sembra non siano così efficaci a difendere dal virus chi le indossa.

E il rimedio di stare a casa, evitare di uscire e venire a contatto con altri, oltre ad essere poco praticabile, per chi conduce una vita attiva, ci riporta col pensiero ai tempi del medioevo quando, per evitare la peste, le persone si barricavano nei villaggi e nei castelli.

A rendere più inquietante questa situazione, contribuiscono poi gli eventi naturali: terremoti, uragani, eruzione di vulcani, fulmini, tempeste, straripamento di fiumi, siccità.

Gli eventi naturali, che, nel linguaggio delle assicurazioni marittime inglesi, sono chiamati "acts of God" ("atti di Dio"), da sempre colpiscono l'umanità in maniera imprevedibile e indiscriminata.

Altre volte, invece, sono proprio le attività umane, che danneggiano la natura e ne scatenano l'ira. Con questo intendo ricordare tutti i danni, diretti ed indiretti che l'inquinamento sta producendo nel nostro pianeta.

Mentre riflettevo su questa situazione, mi sono venute in mente le emozioni e sensazioni che ho provato qualche anno fa, quando un terremoto ha colpito il basso Piemonte, e si è sentito nettamente anche in Liguria.

Quel giorno, ero seduto alla scrivania e stavo scrivendo al computer, quando ho sentito la sedia muoversi sotto di me e oscillare. Mi è subito venuto in mente che si trattava di un terremoto, perché sensazioni simili le avevo provate ai tempi del terremoto in Friuli.

Prima che avessi tempo di ricordare cosa si deve fare in circostanze simili (stare vicini a un muro portante? nell'arco di una porta ? lontano dalle finestre?), le scosse sono terminate, lasciandomi con la tachicardia, una sensazione di sollievo, ma anche di completa impotenza.

Mi era ben chiaro che, salvarmi o non salvarmi, dipendeva molto poco da me o dal mio comportamento. Se il terremoto fosse andato avanti, e il palazzo fosse crollato, che cosa ne sapevo io, di come si sarebbe distrutta la stanza dove mi trovavo? Non ne sapevo proprio niente; e non potevo farci quasi niente.

Ho pensato poi che, in fin dei conti, la morte può arrivare anche in altri modi, meno spettacolari e collettivi, e può colpire proprio me: un infarto, un vaso di fiori che cade dal terrazzo di una casa proprio mentre sto passando lì sotto, un ubriaco che guida la macchina e mi investe, un guasto o una rottura nella moto che sto guidando.

Anche questi eventi non c'è modo di prevederli, non c'è modo di evitarli.

Chi è fedele ad una religione, dà un senso a questi fatti attribuendoli al volere di Dio; chi non crede in Dio, in genere parla del destino, della fortuna o della sfortuna, del caso accidentale che non si può prevedere.

Ovviamente, da queste considerazioni, vanno esclusi tutti i comportamenti a rischio di chi la morte in qualche modo se la cerca: parlo di chi corre in macchina o in moto, di chi beve, si droga, adotta comportamenti pericolosi, pratica sport estremi, accetta sfide nelle quali la stessa vita è in gioco; le statistiche ad esempio dicono, che su sei persone che tentano la scalata dell'Everest, una muore.

Tornando al nostro argomento, ricordiamo che ci sono racconti, conosciuti fin dall'antichità, che sottolineano proprio l'impossibilità per l'uomo, di sfuggire al suo destino.

Così è la storia del soldato di Samarcanda:

"La guerra era appena finita, e i soldati festeggiano la vittoria mangiando, bevendo e cantando.

Un soldato vede, tra la folla, una vecchia che lo fissa in modo strano e inquietante; si spaventa e vuole fuggire lontano da quella vecchia, che gli sembra minacciosa.

Così chiede al suo re un cavallo per fuggire, e il re gli fa dono del cavallo più veloce tra quelli che aveva l'esercito.

Il cavaliere salta in groppa, e cavalca al galoppo per due giorni e due notti di seguito. Arriva così alla città di Samarcanda; scende da cavallo e si mescola alla gente per le strade.

Ed ecco che, dopo qualche passo, incontra di nuovo la vecchia signora, che aveva visto nella città di partenza, e le chiede perché lei allora lo fissasse così malignamente.

La vecchia gli risponde: "Non stavo guardandoti con malignità, ma con sorpresa; io sapevo già di avere appuntamento con te, oggi, qui a Samarcanda e, data la distanza, temevo che non ce l'avresti fatta ad arrivare in tempo."

Quella vecchia era la morte, e la favola insegna che non si può sfuggire al proprio destino."

Mi è capitato di parlare, con diverse persone, che avevano avuto un grave incidente in automobile; quasi tutti, nel raccontarlo, hanno messo in evidenza proprio il carattere casuale dell'incidente; porto un esempio: "Ero in macchina, stavo ascoltando la musica e volevo cambiare il CD; così ho rallentato un po' e l'ho fatto; subito dopo sono stato investito da un camion. Se non avessi rallentato per cambiare musica, sarei passato qualche secondo prima a quell'incrocio, e non sarei stato investito."

Anche chi è sopravvissuto ad una catastrofe, ha ben chiaro il carattere casuale della vita e della morte, in quelle circostanze; ricordo un anziano, che, parlando della prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato, mi raccontava: "Eravamo un gruppo di soldati e stavamo avanzando verso il nemico che, improvvisamente, ha cominciato a sparare contro di noi. Il compagno che avevo a destra e quello a sinistra, che avanzavano insieme a me, sono stati colpiti e sono morti sul campo; io ho continuato a camminare e non so perché sono rimasto vivo."

Oppure, un altro reduce di guerra, mi raccontava che, avendo perso un treno, non era riuscito ad imbarcarsi sulla nave militare, alla quale era destinato. Era arrivato in ritardo, e gli avevano riferito che quella nave, proprio all'uscita del porto, era stata colpita da un sommergibile nemico ed era affondata, portando con se nel fondo del mare, gran parte dell'equipaggio.

Considerando tutti questi elementi, potremmo concludere che, sia che la nostra morte faccia parte di un avvenimento che colpisce altre persone insieme a noi (guerre, terremoti, epidemie), sia che la nostra morte sia un fatto singolo, che colpisce solo noi, possiamo fare comunque ben poco per sfuggire a quest'ultimo appuntamento della nostra vita.

Il professore Sheldon B. Kopp ha paragonato la vita dell'uomo ad un ponte: "mentre l'uomo lo attraversa, il demonio cerca di afferrarlo dal di dietro e la morte lo attende all'altro estremo".

Lo psicanalista Carl Gustav Jung, fece incidere sulla porta di casa su a Kusnacht (Svizzera) una frase latina che invita alla accettazione del destino, mettendo in evidenza che "Chiamato o non chiamato, Dio verrà" (Vocatus atque non vocatus Deus aderit).

A questa frase possiamo accostare quella dello scrittore Luis Jorge Borgess: "Non è l'uomo che sceglie la porta, è la porta che sceglie l'uomo" (La puerta es la que elige, no el hombre).

Ciò che resta in mano nostra, è la possibilità di vivere male o di vivere bene; di far del male o di far del bene nella nostra vita; di lasciare, nel nostro piccolo, un'impronta di noi che possa essere ricordata in modo positivo.

La regola dei monaci "Fratello, ricordati che devi morire", va quindi interpretata in questo senso: proprio perché non posso evitare la mia morte, devo cercare di dare significato alla mia vita, vivendola meglio che posso. Per vivere al meglio la mia vita, è necessario che io conosca pienamente me stesso: conoscere se stessi significa quindi, sia accettare le parti consce del proprio pensiero, sia smettere di combattere quelle inconsce, ma invece cercare di capirne il significato simbolico e integrarle nella propria vita.

L'uomo che non conosce se stesso, secondo S.B. Kopp, potrebbe essere paragonato ad un cavaliere che cerca di domare il proprio cavallo; l'uomo che conosce se stesso, capisce invece di essere un centauro, cioè un essere che integra in sé sia la natura istintiva del cavallo, sia quella raziocinante dell'uomo.

Molte sono le strade, che gli uomini percorrono per conoscere se stessi; la via della psicoanalisi non è l'unica naturalmente, ma offre a chi decide di intraprenderla, un sentiero da percorrere, con l'aiuto di un "viaggiatore di mestiere", il terapeuta, che deve accompagnare con rispetto, attenzione e competenza, colui che ha deciso di affidarsi a lui.

Per concludere, la regola da seguire nel proprio cammino, potrebbe essere indicata da questo racconto che lo scrittore Carlos Castaneda inserisce nei suoi insegnamenti:

"Un vecchio saggio ed un giovane, intraprendono un'escursione in montagna. Ad un certo punto della strada, il giovane si accorge di avere le scarpe slacciate, e si ferma, appoggiando un piede sul bordo del sentiero, per allacciarsele.

In quel preciso momento, una grossa frana si distacca dalla montagna, e spazza via il sentiero, proprio davanti a loro.

"Hai visto come siamo fortunati ? - dice il giovane - Se non ci fossimo fermati per allacciare le mie scarpe, certo la frana ci avrebbe colpiti in pieno".

"E' vero - risponde il vecchio - però la frana avrebbe potuto colpirci, proprio perché ci siamo fermati qui".

"Sì, anche questo è vero - risponde il giovane - ma allora, cosa posso fare?"

"C'è una sola cosa che puoi fare - risponde il vecchio - allacciati le scarpe in modo impeccabile".

 

BIBLIOGRAFIA

  • Mario Bolognari, "Appuntamento a Samarcanda", Abramo Editore, Catanzaro 2004
  • Luis Jorge Borgess, "Frammenti di un Vangelo apocrifo" da "Elogio dell'ombra", Einaudi, Torino1969)
  • Carlos Castaneda, "A scuola dallo stregone", Ed. Astrolabio Ubalidini, Roma 1970, ripubblicato col titolo "Gli insegnamenti di Don Juan", Rizzoli Milano 1999
  • Sheldon B. Kopp, "Se incontri il Buddha per la strada uccidilo", Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1975
  • Richard Noll, "Jung il profeta ariano", Mondadori, Milano 1999
  • Gerars Wehr, "Jung. La vita, le opere, il pensiero", Rizzoli, Milano 1987