Il rapporto tra arte e società, tra fantasia e potere, ha costituito, fino ad oggi, una di quelle coppie di opposti eternamente in lotta tra loro.

La società costituita con Stato Nazione del 1550 - 1660, da un lato ha sempre cercato di garantire l'incolumità dei propri cittadini, dall'altro ne ha ridotto progressivamente la libertà, attraverso leggi e meccanismi di controllo sempre più efficaci.
Le telecamere installate dai vari Comuni contro la criminalità, inquadrano anche i cittadini onesti nelle loro occupazioni; alcune città italiane ostentano nei cartelli stradali, come fosse un merito, la scritta "città videosorvegliata".

L'artista, da parte sua, ha sempre rivendicato la sua totale libertà di poter esprimere, con le sue opere, qualsiasi concetto, sentimento, intuizione, idea politica, emozione che lo interessino nel momento della creazione artistica.
Il suo patrimonio culturale, la personalità, tutte le idee, anche quelle contrarie al regime, la sua visione del mondo e della vita, possono essere viste, lette, interpretate nelle opere che realizza.

In nome della libertà dell'arte sono state combattute molte battaglie nei tempi antichi, fino a giungere alla società globalizzata di oggi nella quale, anche l'arte, il suo significato, il suo valore, subiscono dei cambiamenti di fronte al mercato globale.

L'antica contesa, che vedeva da un lato gli "artisti" e dall'altro i "galleristi e managers dell'arte", si è appiattita in una "rivalità tra fratelli".
Gli uni hanno bisogno degli altri e viceversa. I "managers" mercanti d'arte hanno bisogno di opere da vendere; gli artisti hanno bisogno di qualcuno che venda le loro opere.
Se litigano tra loro, è solo per decidere chi comanda.

L'arte, oggi, viene trattata dai galleristi come un qualsiasi prodotto, che deve avere certe caratteristiche, per poter essere immesso sul mercato con speranza di successo.

L'arte oggi non è più "rivoluzionaria" e quanto meno "proibita", è stata ridotta ad un oggetto di consumo destinato a quei clienti che l'apprezzano.
Nel 2004, i manichini iperrealisti di 3 bambini impiccati ad un albero in un giardino pubblico di Milano, da parte dell'artista Maurizio Cattelan, dopo i previsti articoli di critica - pubblicità, le polemiche politiche dei leghisti locali, furono staccati dall'albero al quale erano appesi, da parte di un privato, nella totale indifferenza. Solo Gian Franco Politi, editore di Flash Art, aveva colto in quel gesto il salire dell'ignoranza in Italia.

Allontanandoci, indietro nel tempo, e nemmeno tanto, solo settant'anni da oggi, restando in Europa, passiamo improvvisamente dall'arte contemporanea, che non fa più paura a nessuno, ad un periodo nel quale, invece, uno stato totalitario decise quale fosse l'unica forma d'arte lecita e la chiamò '"Arte Tedesca".
Ne furono dettati i criteri, che leggeremo più avanti nei testi dei loro autori: Joseph Goebbels e Adolf Hitler.

Il resto della produzione artistica tedesca ed europea, che non rientrava nei canoni dell'"Arte Tedesca" di regime, fu chiamato "Entartete Kunst", cioè "Arte degenerata" e, in Germania, bandito da tutti i musei e le collezioni d'arte.
Tra il 1935 e il 1944, si consumò nella Germania nazista, una totale epurazione di tutte le espressioni artistiche che non fossero "Arte Tedesca", non fossero quindi "adeguate" allo Stato Nazista e alla concezione del Popolo Tedesco del III Reich.

Gli storici reputano che ai musei tedeschi, tra il 1937 e il 1944, vennero confiscate e portate via oltre 16.000 opere.

Per cercare di capire come si sia arrivati a questo, consideriamo il discorso che, nel 1935, Adolf Hitler pronunciò durante il "Congresso sulla cultura tedesca":
"Sono certo che, pochi anni di governo politico e sociale nazionalsocialista, porteranno ricche innovazioni nel campo della produzione artistica e grandi miglioramenti nel settore, rispetto ai risultati degli ultimi anni del regime giudaico.
(...) Per raggiungere tale fine, l'arte deve proclamare imponenza e bellezza e quindi rappresentare purezza e benessere. Se questa è tale, allora nessun'offerta è per essa troppo grande. E se essa tale non è, allora è peccato sprecarvi un solo marco.
Perché allora essa non è un elemento di benessere, e quindi del progetto del futuro, ma un segno di degenerazione e decadenza. Ciò che si rivela il "culto del primitivo" non è espressione di un'anima naif, ma di un futuro del tutto corrotto e malato.
(...) Chiunque, ad esempio, volesse giustificare i disegni o le sculture dei nostri dadaisti, cubisti, futuristi o di quei malati espressionisti, sostenendo lo stile primitivista, non capisce che il compito dell'arte non è quello di richiamare segni di degenerazione, ma quello di trasmettere benessere e bellezza. Se tale sorta di rovina artistica pretende di portare all'espressione del "primitivo" nel sentimento del popolo, allora il nostro popolo è cresciuto oltre la primitività di tali "barbari".

Nel 1936, Joseph Goebbels, che nel privato di casa sua collezionava segretamente arte moderna, in un discorso pubblico, pose le prime censure e limitazioni a chi per primo poteva valorizzare o declassare un opera d'arte: il critico d'arte e la sua libertà di scrivere.
Joseph Goebbels: "Dalla presa del potere ho lasciato quattro anni di tempo alla critica d'arte tedesca per orientarsi in base ai principi del nazionalsocialismo. Dato che neanche l'anno 1936 ha segnato un miglioramento in questo senso, proibisco da oggi una continuazione della critica d'arte nella forma adottata finora. Al posto della critica d'arte esistita finora da oggi, viene istituito il resoconto d'arte, e il redattore d'arte al posto del critico d'arte. Il resoconto deve essere una descrizione di un'interpretazione, quindi un omaggio. (...). Esso richiede cultura, tatto, adeguato animo e rispetto per il volere artistico. (...) All'interno delle liste dei lavori della stampa tedesca, la carica del redattore d'arte è legata ad un'autorizzazione particolare, la quale a sua volta è dipendente dalla dimostrazione del possesso di una sufficiente conoscenza del campo artistico, all'interno del quale il redattore sarà attivo prossimamente."

Tornando alle opere di "Arte Degenerata" confiscate ai musei tedeschi, in un primo tempo, le tele e le sculture furono depositate in un magazzino fino al 1937. In quell'anno, la Commissione Culturale del Reich scelse tra queste 16.000 opere, circa 650 pezzi, che furono poi organizzati per formare una mostra d'arte itinerante, destinata a tutto il territorio tedesco e austriaco. La mostra si chiamava "Arte Degenerata" e fu presentata alla stampa direttamente da Hitler.
L'ingresso era gratuito; le autorità civili, militari, politiche, religiose, raccomandavano caldamente una visita a questa mostra, magari lasciando scivolare l'informazione che le SS avrebbero annotato i nomi dei visitatori.

Sempre in quell'anno, venne inaugurata la "Prima grande esposizione di Arte Tedesca". La mostra fu inaugurata da Adolf Hitler, il 19 luglio 1937 con una ampia presentazione, dalla quale riportiamo le frasi che seguono:
"Vorrei quindi, oggi in questa sede, fare la seguente constatazione: fino all'ascesa al potere del Nazionalsocialismo c'era in Germania un'arte cosiddetta "moderna", cioè, come appunto è nell'essenza di questa parola, ogni anno un'arte diversa. Ma la Germania nazionalsocialista vuole di nuovo un'"Arte Tedesca", ed essa deve essere e sarà, come tutti i valori creativi di un popolo, un'arte eterna. Se invece fosse sprovvista di un tale valore eterno per il nostro popolo, allora già oggi sarebbe priva di un valore superiore.
(...)
Quando fu posta la prima pietra di questa casa, ebbe inizio la costruzione di un tempio dedicato non alla cosiddetta arte moderna, ma alla vera ed eterna "arte tedesca", o meglio: si erigeva una sede per l'arte del popolo tedesco non per una qualche arte internazionale del 1937, '40, '50 o '60.
Perché l'arte non trova fondamento nel tempo, ma unicamente nei popoli.
L'artista perciò non deve innalzare un monumento al suo tempo, ma al suo popolo.
Perché il tempo è qualcosa di mutevole, gli anni sopravvengono e passano.
Ciò che vivesse solo in grazia di una determinata epoca dovrebbe decadere con essa.
Questa caducità dovrebbe toccare non solo ciò che è nato prima di noi, ma anche ciò che oggi nasce davanti ai nostri occhi o che solo nel futuro troverà la sua forma."

In seguito a questo nuovo corso politico, molti artisti furono messi al bando come "degenerati"; a quelli residenti in Germania fu proibito di continuare a produrre opere d'arte, vennero esclusi da musei e gallerie, furono licenziati dalle cattedre di insegnamento dell'arte nelle scuole e nelle accademie. Privi di soldi e impossibilitati ad agire, la maggior parte degli artisti residenti in Germania scappò all'estero, mentre la vita per quelli che restarono, non fu certo facile.

La repressione nazista contro gli artisti non allineati al regime, colpì i più prestigiosi nomi dell'arte moderna. Ne citiamo alcuni:

  • Bela Bartok
  • Marc Chagall
  • Otto Dix
  • Max Ernst
  • George Grosz
  • Wassily Kandinsky
  • Paul Klee
  • Otto Klemperer
  • Oskar Kokoschka
  • Fritz Lang
  • Peter Lorre
  • Heinrich Mann
  • Franz Marc
  • Edvard Munch
  • Emil Nolde
  • Pablo Picasso
  • Arnold Schoenberg
  • Kurt Weill
  • Billy Wilder

Quanto ai generi artistici "degenerati" erano rappresentati da:

  • Dadaismo
  • Cubismo
  • Espressionismo
  • Fauvismo
  • Impressionismo
  • Nuova oggettività
  • Surrealismo

Per concludere, tra i tanti film che sono stati ambientati al tempo del nazismo, citiamo:
"La notte dei generali", diretto da Anatole Litvak nel 1967, interpretato da: Peter O' Toole, Omar Sharif, Philippe Noiret, Donald Pleasence, Charles Gray, John Gregson, Coral Browne, Tom Courtenay, Juliette Gréco.

E' ambientato negli anni 1942-1944, sullo sfondo della guerra e della preparazione alla congiura contro Hitler che si realizzò poi con l'attentato del 20 luglio 1944, dal quale il Führer uscì illeso.

"La notte dei generali" racconta la storia di un'indagine poliziesca, svolta da un maggiore nazista, tra Varsavia e Parigi occupate dai tedeschi. Una prostituta è stata seviziata e uccisa con 100 coltellate; ma non è la prima; questo delitto ricorda all'inquirente un caso simile successo a Parigi poco tempo prima, e tutti e due in ambiente di alti ufficiali tedeschi.
Nello svolgersi delle vicende, che non descriviamo, ad un certo punto un generale tedesco visita la mostra "Arte degenerata" pronunciando parole sprezzanti, ma poi si sofferma davanti ad un allucinato autoritratto di Van Gogh e lo trova così intollerabile, che gli provoca un attacco di nervi, quasi uno svenimento.
Lasciamo, a chi vorrà vedere il film, il piacere di seguire questa indagine, alla caccia di un serial killer sadico e molto abile nel nascondere i suoi segreti.

 


Arendt Hannah, "Le origini del totalitarismo", Milano, Bompiani 1978

Brenner H., "La politica culturale del nazismo, Bari, Editori Laterza 1965

Collotti E., "Nazismo e società tedesca 1933-1945", Loecher, Torino 1982

Costantini G., "L'arte sotto il nazismo", Edizioni dell'Arco, Bologna 2005

Fischer K.P., "Storia della Germania nazista", Newton Compton Bologna 2001

Hitler Adolf, "Discorsi sull'arte nazionalsocialista", Edizioni di Ar, Salerno 1977

Hitler Adolf, "Ultimi discorsi", Edizioni di Ar, Salerno 1988

Knopp Guido, "Tutti gli uomini di Hitler", Corbaccio, Milano 1999

Marcuse H., "Davanti al nazismo", Laterza, Bologna 1948

Fred Taylor, "I diari di Joseph Goebbels 1939-41", Sperling & Kupfer, Milano 1994

Thamer, H.U., "Il Terzo Reich", Mulino, Bologna 1993