Nel 1973, avevo 24 anni e non mi piaceva la società nella quale vivevo. Per quelli come me, che provenivano da famiglie tradizionali, conservatrici e repressive, il contatto con l'Università, con la contestazione, con altri che la pensavano come me, aveva costituito la scoperta di un mondo nuovo.

Erano i tempi in cui si manifestava contro la guerra del Vietnam, si appoggiavano gli scioperi nelle fabbriche, si creavano le comuni, si faceva l'amore come un gesto rivoluzionario.
Per cercare di dare un mio contributo alla "rivoluzione", nel maggio del 1973, ho scritto, per un giornale studentesco che non esiste più da trent'anni, l'articolo che vi propongo.

Il titolo che ci eravamo dati per quel numero era:
"Il problema dell'inserimento dei giovani nella società di oggi".
Ecco quello che ho scritto:

"Parlare dell'inserimento dei giovani nella società, in un articolo giornalistico è un controsenso, perché il problema è così totalmente vasto, che può essere soltanto sfiorato e accennato in questa sede. Queste parole non pretendono di essere nient'altro che un invito a riflettere, uno spunto per una meditazione più profonda, ma soprattutto personale e conscia, su questo che da molti adulti è stato definito « un problema inventato ».

Di fronte a una società morta, spenta e castrante, che ha soffocato ogni ideale privo di interesse economico, sotto la patina del perbenismo e del « tutto va bene non c'è da preoccuparsi », i giovani si trovano davanti a delle scelte da compiere, scelte condizionanti e nello stesso tempo inderogabili, perché, se si lasciano passare gli anni senza prendere una decisione, senza pensare, troveremo chi pensa per noi e il sistema ci ingoierà. Non importa chiedersi quale sistema. Per la gloria di Dio o del Soviet, in nome di Mao o della Regina, per un'Italia in cui nessuno crede più. Est ed ovest si toccano nel desiderio di una pace apparente. E' una cosa vecchia, "it's the same old story" (*), perché, riempite di nuovi più agghiaccianti significati, che un'asettica tecnologia della morte oggi consente, suonano ancora valide e veritiere le parole di Tacito « Han fatto del mondo un deserto, e l'hanno chiamato pace ». Deserto sarà sul serio prima o poi, quando le nostre potenti industrie (per produrre beni, che una fame artificiale, occultamente persuasa, ci spinge a consumare e a voler consumare senza sosta) avranno del tutto distrutto, quel poco che resta, di questo pianeta chiamato Terra.

Ma più tardi non ce ne accorgeremo più ; una droga più potente, di tutte quelle che i governi si affannano a fingere di reprimere, ci avrà dominato, allontanandoci da noi stessi e trasformandoci da cittadini a sudditi. E, con famiglia a carico, perché bisogna sposarsi, rendere complice dio del nostro coito legalizzato, le preoccupazioni di tutti i giorni ci costringeranno a bere avidamente la droga del sistema: « cravatte, capelli corti, biro nel taschino della camicia, scatti di stipendio, automobili automobili automobili » (**).

Ancora, la televisione dì stato aspirata a pieni polmoni, insieme allo smog che ci regala anni di vita in meno ; mentre i bimbi di Milano rappresentano studi interessanti (eh signor professore ?) oggetto di tesi di laurea, l'improvviso aumento delle malattie polmonari.

Più tardi dimenticheremo queste ed altre parole che qualcuno ha gridato nel vento verde dei dollari. Più tardi dimenticheremo di essere uomini. E grideremo a gran voce, per coprire il pianto di chi ha perso la voce per aver troppo gridato, urleremo che tutto va bene, perché dio è con noi, in questa nuova società perfetta, che scrive sui dollari « in god we trust», parole simili a quelle che un tempo erano incise sulla fibbia della cintura delle SS: « Got mit uns » (dio è con noi).

« We want our revolution now ! » gridano i pazzi del "Marat-Sade" (***) ; manicomio dovrebbe esser scritto sul lato interno della porta, perché gli alienati siamo noi. Ma abbiamo paura di sentircelo dire, e allora costruiamo manicomi, con lo stesso criterio scientifico dei lager, e siamo pronti a rinchiuderci chiunque disturbi la pace apparente. Bolliamo i documenti con l'infamante timbro « malato di mente - di pubblico scandalo - pericoloso a se e agli altri » e, dentro i manicomi, come nel castello di Hartheim (****), le persone vengono sistematicamente distrutte in nome di una scienza che pretende di essere al servizio dell'uomo, elettroshock, insulina - shock, docce fredde e calde, legami, catene, cinghie, di cuoio ben strette, letti di contenzione, camicie di forza, sbarre, sbarre, sbarre.

Una guerra durata anni e anni, strumentalizzata in tutti i modi, uomini che restano in prigione due anni in attesa di processo. Tutti i partiti politici, che speculano sulla nostra buona fede, la repressione sessuale in Cina e i tabù italiani cosi troppo duri a morire.

La religione al servizio del potere costituito, la ricchezza di coloro che dicono "beati i poveri" e girano in mercedes per andare a santificare l'alluvione che ci ha regalato l'ultimo governo. La violenza politica pronta a scattare sotto la direzione di persone che rimangono al coperto ; la pensione agli anziani elargita ogni due mesi, perché i soldi sembrino un po' di più; quelli che muoiono di fame, mentre noi viviamo di alka-seltzer. C'è tanto, troppo ancora da dire.

Essere assorbiti o fuggire ; ma anche l'evasione è un modo di essere assorbiti.
Come si fa ?
Come fa un giovane a inserirsi in questa società ?"

NOTE

(*)

Dal testo della canzone "Mother of pearl" dei Roxy Music, 1974
"It´s the same old story
All love and glory
It´s a pantomime"

(**)

Allen Ginsberg, "Jukebox all'idrogeno", Mondadori, Milano 1966

(***)

"Marat-Sade", film diretto da Peter Brook nel 1967, tratto dal dramma omonimo di Peter Weiss
Il film è ambientato nel manicomio di Charenton nel 1808.
Tra i malati è rinchiuso anche il Marchese De Sade, che ha l'idea di organizzare uno spettacolo teatrale in manicomio, facendo recitare gli ammalati. Lo spettacolo rappresenta l'uccisione di Marat durante la Rivoluzione Francese. Nel corso della rappresentazione, davanti ad un pubblico, si sviluppa un confronto serrato tra le idee rivoluzionarie dei ricoverati e il pessimismo individualista di De Sade.
Alla fine i malati, escono dalla scena, si ribellano e picchiano gli infermieri e il pubblico.

(****)

Nel castello di Hartheim, vicino a Linz in Austria, durante la seconda guerra mondiale, i nazisti hanno sterminato migliaia di persone nell'ambito del programma di "eutanasia" "Action T4". Nello stesso luogo venivano effettuali esperimenti medici su ebrei e prigionieri dei lager.