Quand'ero ragazzo, cioè circa quarant'anni fa', di informazione sessuale allora ne girava proprio poca; ricordo che, leggendo la Gazzetta dello Sport, giornale che all'epoca aveva un pubblico esclusivamente maschile, notavo spesso delle pubblicità misteriose, che attiravano la mia attenzione.

Su queste strisce pubblicitarie compariva l'immagine di un guerriero con la spada ed un grosso scudo; lo slogan, come lo ricordo, diceva "Fidarsi é bene ma Hatù é meglio", e nessuno dei ragazzini, che leggeva come me il giornale, sapeva dire che cosa significasse quella pubblicità. Se lo si chiedeva agli adulti, quando andava bene i maschi ti strizzavano l'occhio con fare misterioso, ma in ogni caso non ti spiegavano niente. E alla mamma non si chiedeva.

Si trattava naturalmente dei preservativi, che all'epoca venivano pubblicizzati solo come mezzo di protezione contro le malattie veneree, nei rapporti con le prostitute. Per molti anni, infatti, erano restate in vigore le leggi fasciste "a difesa della razza", che proibivano la pubblicità dei mezzi anticoncezionali.

Il nome Hatù, per me, era anche legato ad un altrettanto misterioso prodotto, del quale vedevo le scatole in farmacia, ed erano le "tettarelle"; solo in seguito, ho appreso, che sono i ciucciotti di gomma da applicare al biberon; ma il nome aveva assonanza con altre parole proibite dell'universo immaginario dei maschietti dell'epoca.

In seguito ho anche letto che il nome Hatù deriverebbe da una frase latina, "HA-bemus TU-torem", che significa appunto "Abbiamo un difensore".

Circolavano inoltre, tutta una serie di battute e barzellette, relative all'acquisto in farmacia di preservativi, e si metteva in evidenza l'imbarazzo di chi lo faceva.

Contribuiva ad aumentare quest'atmosfera, il fatto che, a Genova, i preservativi erano venduti, oltre che in farmacia, anche nella zona del porto, dove c'erano le prostitute, sulle bancarelle di Via Prè, assieme alle sigarette di contrabbando, ed altre merci di provenienza americana, allora introvabili nei negozi.

Tutto questo è andato avanti per molti anni, rafforzando il collegamento tra l'uso dei preservativi e la frequentazione delle prostitute, finché, negli anni sessanta, un genio della pubblicità ha inventato lo slogan "Pianificazione familiare".

Slogan rivoluzionario, perché si abbinava per la prima volta, l'uso dei preservativi ad una parola seria come "famiglia"; inoltre si evitava, per non urtare troppo l'Italia cattolica, di parlare di "controllo delle nascite" e si sostituiva a questo concetto quello della "pianificazione", che rimanda a scelte razionali e non emotive.

La situazione attuale, all'apparenza, é radicalmente cambiata; di recente una rivista molto diffusa, ha inserito un preservativo in omaggio nel numero della settimana.

Da anni inoltre, nelle pubblicità su stampa e televisione, si abbinano le immagini di una sana sessualità giovanile, con l'invito ad usare il preservativo.

L'eventuale imbarazzo nell'acquisto dovrebbe essere scomparso, visto che i preservativi adesso si vendono anche al supermercato, negli autogrill, attraverso macchine distributrici e in tutta una serie di altri negozi.

Tutte queste considerazioni diventano importanti perché con l'arrivo dell'AIDS nelle nostre vite, l'impiego del preservativo riacquisisce drammaticamente il ruolo della difesa della salute; usarlo o non usarlo costituisce una scelta tra la vita e la morte.

In questo senso sono state numerosissime, in tutto il mondo, le campagne informative messe in atto dai singoli stati e dalle organizzazioni nazionali ed internazionali.

Nonostante questo, il numero degli infettati e dei malati di AIDS, non diminuisce. Non si tratta solo di tossicodipendenti; aumenta di continuo anche il numero di persone eterosessuali ed omosessuali che contraggono la malattia a causa di rapporti sessuali non protetti.

Alla luce di questi fatti, ciascuno di noi dovrebbe cercare di comprendere perché vengono messi in atto questi comportamenti ad alto rischio; quali sono le motivazioni che impediscono l'uso del preservativo; perché non abbiamo il coraggio di consigliare i nostri figli a farlo; quali sono i moralismi religiosi che impediscono ancora adesso di fare una cosa così semplice; insomma, che cos'è che ci fa' scegliere la morte anziché la vita.