Questo breve testo raccoglie la testimonianza del Dottor. Carlos Alberto Arestivo, uno psichiatra di origine italiana, che vive e lavora in Paraguay. Tutte le citazioni tra parentesi sono tratte dal suo scritto: "Appunti sul lato oscuro nella relazione torturatore/torturato", presentato al "Simposio interdisciplinare su cultura e situazione psicosociale in America Latina", presso l'Università di Amburgo nel settembre 1991.

Il Paraguay ha subito la dominazione del dittatore Generale Stroessner per 35 anni: dal 1954 al 1989.
Senza soffermarci a descrivere i sistemi coi quali Stroessner, presentatosi come "democratico", sia riuscito nel giro di pochi anni a trasformare il Paraguay in uno dei più crudeli esempi di dittatura, mettiamo in evidenza il fatto che l'uccisione e la tortura degli avversari politici, costituiva uno di questi metodi.

In questo contesto, l'uso sistematico della tortura, non ha tanto lo scopo di ottenere una confessione, circa reati personali, o una delazione che riveli i nomi dei complici, quanto piuttosto "quello di produrre una minuziosa e totale distruzione della personalità, che ha il doppio effetto di rendere inoffensivo il singolo avversario politico e di aumentare il controllo sulla popolazione, attraverso la strategia del terrore."

I torturati, una volta rimessi in libertà, costituiscono dei terribili messaggi viventi e ribadiscono l'onnipotenza del potere costituito, contribuendo ad incrementare nella popolazione la sensazione diffusa e generale di una costante minaccia, che incombe su chiunque osi opporsi.

Questo sistema evita la necessità di dover uccidere fisicamente tutti gli avversari, col rischio di trasformarli in eroi o martiri, poiché restituisce alla società uomini dalla personalità distrutta, resi ormai incapaci di qualunque azione politica.

Gli avversari politici, vengono arrestati di notte, in maniera brutale e violenta e sanno, fin dal primo momento, che la loro detenzione non verrà mai resa ufficiale. La prigionia può durare dei mesi o addirittura degli anni, durante i quali verranno sistematicamente torturati, oppure uccisi senza processo, e nessuno ne verrà a conoscenza.

Lo schema classico d'interrogatorio di un detenuto da parte della polizia prevede l'impiego di due tipi di poliziotti: il primo gioca il ruolo del "cattivo", che picchia, mentre il secondo recita la parte del "buono", che offre caffè, sigarette e comprensione all'interrogato, cercando di accattivarsene la confidenza.

Questo schema, che presenta l'alternanza di due comportamenti opposti da parte dei poliziotti, é stato studiato apposta per colpire il prigioniero in quei momenti di particolare debolezza ed apertura, che intervengono in ogni transizione da uno stato di coscienza ad un altro.

La novità rilevante che é stata introdotta in quegli anni in Paraguay, studiata da parte di qualche "esperto" in psicologia al servizio del dittatore, consiste in un interrogatorio in cui, il ruolo del "buono" e quello del "cattivo" vengono ricoperti dalla stessa persona.

Se il torturatore alterna nei confronti della vittima violenze impensabili a momenti di "comprensione, cordialità e affetto", questi improvvisi cambiamenti di comportamento, da parte della stessa persona, hanno il duplice scopo, da un lato, di aumentare lo stress della vittima che, all'arrivo del torturatore, non sa se verrà di nuovo torturata o no; dall'altro di "scompensare e destabilizzare la psiche del prigioniero e prepararlo ad un morboso transfert nei confronti del suo stesso aguzzino".

In queste condizioni, quando si appressa il momento della tortura, la vittima immobilizzata "può soltanto pensare in maniera frenetica e accelerata, ma il flusso dei suo pensieri simultanei si ingolfa e lo confonde, entra in panico, non riesce più a formulare delle idee, lo stress é massimo."

Il Dottor Carlos Alberto Arestivo, che è stato personalmente torturato per sei mesi, ha cercato di elaborare la propria esperienza, teorizzando tre livelli che possono intervenire in vari gradi nella psiche dei torturati:

Il primo livello é quello dell' "ILLUSIONE": il torturato, da un lato cerca di uccidersi, ma quasi mai gli riesce, perché i torturatori vegliano attentamente affinché questo non avvenga; dall'altro invoca tutto ciò in cui crede, da Dio alla mamma, perché intervengano per far cessare il suo dolore, ma anche questo non serve.

Questo livello sembra essere percorso da tutti i torturati. In seguito, le strade si fanno diverse.

Quelli che, nel corso della loro vita "non hanno saputo o potuto interiorizzare significative relazioni umane, ma hanno piuttosto privilegiato l'ideologia politica, non riescono a trovare in sé stessi la forza dei rapporti affettivi, sono incapaci di difendere i propri ideali, e si prestano al gioco del torturatore che raggiunge così il suo obiettivo."

Il torturato "apre gli occhi e vede davanti a sé l'unico uomo che può salvarlo, e questi é il torturatore che lo sta ammazzando. Non ha altre alternative, deve aver fiducia in lui e si fida."

Questa fiducia che avverte in quel momento, a causa della intensità drammatica della situazione che sta vivendo, resta impressa e marcata come un'impronta psicologica e associata ad una esperienza primaria di regressione profonda.

In questo secondo livello, che chiameremo la "FIDUCIA", si realizza quando il torturato non ha, dentro se stesso, un solido mondo affettivo e "stabilisce allora col suo carnefice un'alleanza perversa distruggendo a poco a poco qualunque ideale politico avesse mai costruito nella sua storia personale, e viene così sconfitto".

Il soggetto, vinto dalla tortura, rifiuta assieme al proprio corpo gli ideali nei quali credeva, e accetta come salvezza il rapporto di fiducia col torturatore.

In altre parole, il torturato cade in uno stato di profonda regressione, dal quale tenta di uscire attraverso un rapporto di profonda simbiosi con l'ambiente persecutorio e la figura del torturatore.

In queste condizioni estreme la vittima può rifugiarsi in uno stato di ambiguità indifferenziata, un vissuto psicologico di coesistenza di mondi opposti, un vissuto nel quale non esistono differenze tra termini opposti, tra il bene e il male, tra la libertà democratica e l'oppressione dittatoriale.

Testimonianze di prigionieri del lager nazisti confermano, in certi casi, l'emergere di un sentimento di disprezzo per sé stessi. I prigionieri visti come sporchi, macilenti, brutti, malvestiti e contemporaneamente il formarsi di una paradossale ammirazione per il personale di guardia con stivali lucidi, divise in ordine, ben nutriti, autoritari ed efficienti.

Questo meccanismo può essere paragonato alla condizione psicologica del bambino di pochi mesi, per il quale la distinzione tra il sé e il fuori da sé non é ancora chiara. Ma, il raggiungimento di tale stato in un adulto, é il frutto di una regressione indotta ed accettata come via di fuga da un presente insostenibile.
Analoghe dinamiche sono riscontrabili nella "Sindrome di Stoccolma", che descrive un particolare morboso attaccamento degli ostaggi nei confronti dei rapitori.

Tale stato di ambiguità ed apparente complicità col torturatore permane, in assenza di cure adeguate, anche dopo la liberazione del torturato, ne rende più difficile, sia il reinserimento sociale che, soprattutto, la crescita interna e la possibilità di poter partecipare pienamente alla vita.

"Questo livello costituisce un fenomeno inquietante, non sempre compreso, né accettato e sempre negato da parte dei torturati che, tuttavia, nel raccontare le loro vicende, manifestano odio, rancore e rabbia, ma, nello stesso tempo, fanno emergere il lato oscuro dell'esperienza: una scoperta protezione del torturatore, un tentativo di giustificare l'ingiustificabile".

Il terzo livello è quello del "RIFUGIO". Ad esso accede chi, nel corso della sua vita, ha potuto interiorizzare significative relazioni umane ed affettive. Queste persone, quando vengono torturate, pensano alla propria famiglia, ai propri affetti, rivolgono tutta l'attenzione verso l'interno di sé stesse, relazionandosi interiormente con i propri vissuti, che evocano validi rapporti umani, fortemente sentiti e costituiscono la loro identità personale e sociale.

Si innesca a questo punto un particolare fenomeno allucinatorio, che sconnette il torturato dalla situazione atroce che sta vivendo e l'anestetizza totalmente, fino alla morte. La sua muscolatura si rilascia ed il fisico non reagisce più a nessun tipo di stimolo. -

"La vittima, pur restando lucida, riesce a prendere le distanze e dissociarsi dal suo corpo ; riesce ad essere altrove con la mente. Resta apparentemente lucido, sente che lo stanno picchiando, sente le domande che gli vengono rivolte, ma le sente lontane, come se non fossero dirette a lui. Queste allucinazioni difensive lo fanno vivere in sogno, circondato dalle presenze affettive del suo mondo interiore".

A questo punto i torturatori considerano chiusa la sessione di tortura e lo affidano al medico della polizia, che gli somministra quel minimo di cure necessarie, affinché rimanga in vita fino alla prossima volta.

Questo fenomeno allucinatorio è descritto nei film: "Brazil" di Terry Gilliam, e "Il bacio della donna ragno" di Hector Babenco.

Il "rifugio" costituisce così forse l'unica via di salvezza di fronte alla tortura. Dal punto di vista psicologico non dovrebbe essere diagnosticato come una psicosi traumatica, ma come quadro psicopatologico sui generis.

"Nelle psicosi traumatiche infatti il trauma appare improvvisamente, non é di lunga durata, e non viene impedito allo individuo, di fuggire o difendersi, non subisce isolamento, intenzionalità, umiliazioni o vessazioni".

"La tortura é qualcosa di più: la vittima é sottoposta ad un processo scientifico di distruzione, durante il quale vengono sistematicamente attaccati tutti i fattori fisici e psichici che consentono la sopravvivenza di un essere umano: la sua struttura fisica per creare dolore, mutilarlo e umiliarlo; la sua struttura psicologica e sociale attraverso l'isolamento, il terrore, la colpa e la distruzione della sua autostima".

Bisogna ancora aggiungere che queste fasi o livelli psicologici, non si mostrano nella maniera definita descritta, ma esistono tutta una serie di situazioni intermedie di mescolanza dei vari livelli e stati d'animo.

Concludo citando ancora il Dottor Arestivo: "Molti quadri psicopatologici che appaiono in questa situazione meriterebbero uno studio particolare, poiché esulano dai concetti della psicopatologia e della nosologia psichiatrica.
Anche se la sintomatologia può sembrare simile a quella di quadri clinici già definiti dalla psichiatria, queste patologie sono senza dubbio ancora da comprendere e chiarire, prova ne sia il fatto che non sempre le vittime trovano beneficio nei trattamenti psicoterapeutici classici."

NOTA:

Ogni terapia viene individualizzata e monitorata per ciascun paziente dallo psicologo, secondo la sua competenza ed esperienza.

Questi articoli costituiscono soltanto delle schede informative, e non possono, in alcun modo, sostituirsi al rapporto diretto psicologo-paziente, che si realizza nel corso della psicoterapia.