tratto da: Michel Foucault, "Storia della follia nell'età classica", Rizzoli Editore, Milano 1963

ABSTRACT

La follia ha accompagnato da sempre il cammino dell'umanità e l'uomo da sempre ha cercato di comprenderla, classificarla, definirla e curarla con gli strumenti culturali che le diverse epoche storiche gli hanno messo a disposizione.

Si può quindi proporre l'ipotesi che il concetto di malattia mentale e i tentativi terapeutici riflettano le ideologie prevalenti dei vari periodi intrecciandosi saldamente con le vicende storiche che li hanno costituiti.

Questo lavoro prende in considerazione, con un approccio prevalentemente storico, la Francia dal 1200 ai primi del 1800, focalizzando l'attenzione sull'aspetto pubblico e politico del concetto di pazzia.

 

 

 

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LA LEBBRA

Le condizioni igieniche del Medioevo hanno consentito il diffondersi della lebbra in quasi tutto il mondo; sul finire del medio evo le Crociate, mettendo in contatto la popolazione occidentale con i focolai d'infezione orientali, contribuiscono grandemente a rendere endemica in Europa questa malattia.

Cessate le Crociate infatti, la lebbra sparisce dal mondo occidentale.

Nel 1266 Luigi VII di Francia fà recensire i lebbrosari che risultano essere circa 2.000 in tutto il territorio francese.

La sola diocesi di Parigi ne conta 43, mentre in tutto il mondo cristiano europeo ce ne sarebbero stati oltre 19.000.

Cessata la circolazione di uomini dovuta alle Crociate, i lebbrosari pian piano si vanno svuotando e gli edifici che li accoglievano ospitano un numero estremamente esiguo di ammalati.

Nasce quindi un po' dappertutto il problema della riconversione e dell'utilizzo di queste istituzioni.

Varie soluzioni vengono tentate dai diversi governanti europei finché una nuova popolazione di ammalati si sostituisce a quella precedente.

La peste in un primo tempo, ed in seguito il "morbo gallico" o "malfrantzos" o "morbo napoletano" ovvero la sifilide ed altre malattie veneree in quest'epoca si diffondono con virulenza in tutta l'Europa.

Gli ammalati, numerosissimi, vengono ricoverati principalmente nei lebbrosari, accanto agli ammalati di lebbra ancora presenti che mal sopportano questa coabitazione "...est mirabilis contagiosa et nimis formidanda infirmitas, quam etiam detestantur leprosi et ea infectos secum habitare non permittant" scrive un medico della epoca.

E questo, così come è stato per la lebbra, adesso avviene principalmente per difendere dal contagio il resto della popolazione; la finalità di queste istituzioni non è mai stata all'epoca quella medica o terapeutica, ma soltanto la necessità dello internamento come esclusione dalla società; ed è importante riflettere su questo fatto perché proprio in questi edifici e in queste istituzioni verranno in seguito rinchiusi i malati di mente.

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LA NAVE DEI FOLLI

Il destino dei folli infatti, prima degli internamenti di massa che caratterizzeranno i secoli successivi, è comunque quello della esclusione in altre forme; si ricordi tra l'altro che per lungo tempo l'accesso alle chiese era vietato ai folli ed in Germania chiunque conduceva un folle ad assistere ad una funzione religiosa, veniva condannato a tre giorni di prigione.

Molti "insensati atque furiosi" venivano semplicemente rinchiusi a vita in celle sotterranee delle prigioni; il destino di altri era diverso ma altrettanto crudele.

La "nave dei folli" , "stultifera navis" , "nef des fous" o "narrenschiff", non è solo una creazione letteraria successiva, ma una realtà ben presente soprattutto in Germania dove i borgomastri delle varie città usavano affidare i pazzi ai marinai e ai mercanti che percorrevano il territorio coi battelli fluviali, affidando ad essi il compito di scaricarli in qualche altra città, possibilmente molto lontana, o di lasciarli, sempre molto lontano, in qualche deserta regione di campagna.

In molte città tedesche la consegna dei folli alle imbarcazioni fluviali era preceduta da un preciso rituale di esilio che prevedeva una pubblica fustigazione ed in seguito una corsa simulata nella quale la popolazione accompagnava i folli cacciandoli a colpi di verga fino alle porte della città.

È significativo il fatto che i folli, prima di questa deportazione, fossero già bollati da una condizione di esclusione o piuttosto di stare sul confine; venivano infatti raccolti, in attesa della nave, in edifici costruiti accanto alle mura della città o addirittura alla porta d'ingresso delle medesime, come testimoniano ancora le innumerevoli "narrturmer" tedesche come le porte di Lubecca o lo Jungpfer di Amburgo, o la famosa "Tour aux fous" di Caen in Francia e lo Chatelet di Melun sempre in Francia.

"È per l'altro mondo che parte il folle a bordo della sua folle navicella; è dall'altro mondo che il folle arriva quando sbarca.

Questa navigazione del pazzo è allo stesso tempo la separazione rigorosa e l'assoluto passaggio. In un certo senso, essa non fà che sviluppare, lungo tutta una geografia semi-reale e semi-immaginaria, la situazione liminare del folle all'orizzonte della inquietudine dell'uomo medioevale; situazione insieme simbolizzata e realizzata dal privilegio che ha il folle di essere rinchiuso alle porte della città: la sua esclusione deve racchiuderlo; se egli non può e non deve avere altra prigione che la soglia stessa, lo si trattiene sul luogo di passaggio. È posto all'interno dell'esterno e viceversa. Posizione altamente simbolica, che resterà senza dubbio sua fino ai nostri giorni, qualora si ammetta che ciò che fu un tempo la fortezza visibile dell'ordine è diventato oggi il castello della nostra coscienza.

L'acqua e la navigazione hanno davvero questo significato.

Prigioniero nella nave da cui non si evade, il folle viene affidato al fiume dalle mille braccia, al mare dalle mille strade, a questa grande incertezza esteriore a tutto. Egli è prigioniero in mezzo alla più libera, alla più aperta delle strade; solidamente incatenato all'infinito crocevia. È il Passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del Passaggio. E non si conosce il paese al quale approderà, come, quando mette piede a terra, non si sa da quale paese provenga. Egli non ha né verità né patria se non in questa distesa infeconda d'acqua tra due terre che non possono appartenergli. È questo rituale che, a causa di questi valori, è all'origine della lunga parentela immaginaria che si può constatare lungo tutta la cultura occidentale? O, al contrario, è questa parentela che dal fondo dei tempi ha evocato e poi fissato il rito dell'imbarco?

Una cosa è certa: l'acqua e la follia sono legate per lungo tempo nell'immaginario dell'uomo moderno."

Se da questa osservazione di Foucault, relativa al quattordicesimo secolo, viaggiamo all'indietro nel tempo, possiamo ricordare che nell'Antica Roma tutta una serie di delitti contro la comunità erano puniti con l'abbandono del colpevole alle acque del Tevere, gettandovelo semplicemente, sciolto o legato, nudo o cucito dentro un sacco di cuoio, con o senza la compagnia di animali simbolici che lo dilaniassero.

Se invece viaggiamo in avanti nel tempo anticipiamo una teoria del settecento secondo la quale la follia è legata ad una malattia degli "umori, liquori e vapori" che circolano nel corpo e nel cervello dell'uomo; la salute viene definita come "il giusto temperamento dei fluidi"; ricordiamo ancora le terapie che prevedevano l'acqua come unica bevanda e naturalmente la balneoterapia, l'immersione più o meno coatta, più o meno prolungata in vasche d'acqua calda o fredda, in seguito le docce fredde, ed ancora oggi i "packs" che son pur sempre immersione totale in acqua gelata.

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L'INTERNAMENTO

Il destino dei folli in Europa rimane per tre secoli ancora quello dell'esilio e della emarginazione che si attuano in forme diverse e con differenti rituali nelle varie nazioni; dobbiamo arrivare al 1600 perché le cose comincino a cambiare.

E il cambiamento che si prospetta, cioè l'internamento forzato e di massa dei malati mentali, nasce caratterizzato da due elementi che saranno riscontrabili fin quasi allo ottocento.

La prima caratteristica consiste nel fatto che l'internamento forzato dei malati di mente non avviene come fatto autonomo, ma rappresenta piuttosto solo un aspetto di un fenomeno sociale e politico di più vaste dimensioni: il problema dei poveri, dei malati indigenti, dei "diversi", dei disturbatori dell'ordine costituito e della morale comune.

In Francia, una data può servire come punto di riferimento: 1656, decreto di fondazione del Hopital General destinato per decreto reale "ai poveri di Parigi".

Le istituzioni preesistenti (nella capitale Salpetriere e Bicetre), vengono raggruppate sotto una unica amministrazione, e così in tutto il resto della Francia. Vengono nominati direttori a vita, che esercitano il loro potere non solo all'interno degli ospedali ma "....hanno ogni potere di autorità, di direzione, di amministrazione, di commercio, di polizia, di giurisdizione, di correzione e di punizione su tutti i poveri di Parigi, tanto fuori che dentro l'ospedale". Viene creata una nuova struttura politica che al di fuori dei tribunali ordinari, decide, giudica ed esegue.

Il decreto istitutivo dell'Ospedale di Parigi, esteso poi a tutta la Francia, stabilisce che "....a tal scopo i direttori avranno, secondo il loro avviso, pali, berline, prigioni e segrete nel suddetto Hopital General e nei luoghi che ne dipendono, e non è concessa facoltà di appello contro le disposizioni che saranno da loro prese per l'interno del suddetto Hopital; e quanto a quelle che verranno deliberate per l'esterno, saranno eseguite nella forma e nel contenuto, indipendentemente da qualsiasi opposizione o protesta presente o futura e, senza loro pregiudizio, e non saranno differite nonostante ogni rifiuto e contestazione".

L'anno successivo viene creata una milizia speciale, "gli arcieri dell'Ospedale", che, agli ordini del direttore, si incaricano, armi in pugno, di dare la caccia ai mendicanti e rinchiuderli in ospedale; gli internati di Parigi, nel giro di due anni passano dalle poche centinaia iniziali a circa seimila persone.

Contemporaneamente si stabilisce il divieto di ingresso nelle mura cittadine ai vagabondi e indigenti che provengono dalla campagna o da altre città; tutta questa popolazione debole e bisognosa viene respinta dai soldati di guardia alle porte delle città.

In queste istituzioni e a queste condizioni saranno rinchiusi negli anni successivi anche i malati mentali, che verranno imprigionati in completa promiscuità con poveri, vagabondi, "immorali" e "diversi" in genere.

Un editto del Re del 1676 prescrive la istituzione di un Hopital General in ogni città del regno.

La seconda caratteristica, deducibile da quanto esposto, consiste nel fatto che l'organizzazione degli Hopital General nel suo funzionamento e nel suo intendimento, non è legata a nessuna idea medica. È un'istanza dell'ordine monarchico e borghese, che si organizza in Francia in questi anni.

L'internamento prima dei poveri e vagabondi, poi dei malati mentali resta fino all'ottocento solo un "probleme de Police" che riflette le ideologie della classe dominante.

Molto spesso queste case di internamento occupano le sedi di quelli che erano gli antichi lebbrosari; e se la Chiesa ne gestisce solo una minima parte, la gestione laica e borghese di tutte le altre non è esente da una ideologia moralista che prescrive per gli internati una vita quasi conventuale, scandita da letture di testi religiosi, funzioni, preghiere e meditazione.

In Francia nel giro di pochi anni viene quindi costituita tutta una rete di queste case di internamento, tra le quali ricordiamo le maggiori: Charenton, Lione, Tours, Senlis, Chateau-Thierry, Marsiglia, Caen.

Analogo fenomeno avviene nei paesi di lingua tedesca con la creazione delle case di lavoro e di correzione le "Zuchthauser", quali quelle di Amburgo, Breslavia, Basilea, Francoforte, Spandau, Lipsia, Halle, Kassel, Lubecca, tutte istituite in quell'arco di tempo.

In Inghilterra le origini dell'internamento sono più remote e possono esser fatte risalire ad un atto della regina Elisabetta I del 1575 volto "alla punizione dei vagabondi e al sollievo dei poveri".

In maniera analoga alla Francia, anche in Inghilterra si estende una fitta rete di "houses of correction" in ragione di almeno una per contea.

In seguito, con un editto di Carlo III del 1670 queste istituzioni vengono riorganizzate e si trasformano nelle "workhouses" che alla fine del diciottesimo secolo arrivano ad essere quasi centocinquanta istituzioni.

Si completa così a livello europeo la politica dell'internamento forzato dei malati di mente assieme a poveri, vagabondi, "immorali e libertini", asociali, piccoli delinquenti o semplicemente persone che in varie forme col loro comportamento, creano problemi, scandalo o disturbo alla famiglia e alla comunità alla quale appartengono.

Il giudizio morale delle ideologie dominanti colpisce "l'assenza di opera", definizione nella quale rientra anche la follia; in seguito i precetti calvinisti e luterani rafforzeranno nei confronti di coloro che non riescono o non vogliono lavorare, la necessità della esclusione e dell'internamento.

Ponendoci da un punto di vista economico e politico, rileviamo inoltre che l'andamento (crescita/decrescita) della popolazione internata in Europa è strettamente collegato alle fasi di recessione o di espansione economica.

Nel momento in cui Enrico IV intraprende l'assedio di Parigi, la città conta oltre trentamila tra mendicanti e alienati su una popolazione di centomila; le istituzioni destinate a contenerli risultano sovraffollate. Agli inizi del seicento la ripresa economica che si verifica li riassorbe: carceri ed istituzioni si svuotano. Al momento in cui spariscono, con la guerra dei Trent'Anni, gli effetti della ripresa economica, si ripresentano i problemi della mendicità, vagabondaggio ed ozio; fino alla metà del secolo l'aumento regolare delle tasse ostacola le manifatture e aumenta la disoccupazione. Ecco allora le sommosse di Parigi (1621) , di Lione (1652), di Rouen (1639). Il mondo operaio è disorganizzato di fronte alle grandi manifatture, alle prime organizzazioni industriali; i "regolamenti generali" proibiscono assemblee di operai ed ogni forma di "associage"; la Chiesa interviene e paragona le associazioni segrete di operai alle pratiche di stregoneria; un decreto religioso, emanato dalla Sorbona nel 1655 proclama "sacrileghi e colpevoli di peccato mortale" coloro che si uniscono ai "cattivi lavoranti" ed ai "cattivi mendicanti".

Di fronte alla severità della Chiesa, la creazione degli Hopital General appare una vittoria laica e parlamentare: il disoccupato non viene più cacciato o punito; lo si prende in carico a spese della nazione, ma a scapito della sua libertà individuale.

Gli "arcieri dell'Ospedale" provvedono agli arresti di massa.

L'internamento di massa costituisce quindi la risposta degli stati alla crisi economica che attraversa tutta l'Europa.

Cessata la crisi l'internamento assume un nuovo significato: non si tratta più di rinchiudere per escludere, disoccupati, alienati, "diversi", ma di far lavorare coloro che sono stati rinchiusi e farli così servire alla prosperità comune.

Il meccanismo è semplice: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione e crisi riassorbimento di "oziosi ed alienati" e protezione sociale contro agitazioni e sommosse. Non a caso gli istituti di internamento sorgono inizialmente nelle città industrializzate.

Talvolta esistono perfino degli accordi che permettono ad alcuni imprenditori privati di utilizzare a proprio profitto la mano d'opera degli "asylum", con un meccanismo simile a quello utilizzato solo cinquantanni fà da primarie industrie tedesche sotto il nazismo, nei confronti di ebrei e "untermenschen" vari, internati nei "lager". Il meccanismo tuttavia non è perfetto e l'utilizzo di questa mano d'opera semigratuita aumenta in certi casi la disoccupazione nelle regioni vicine o nei settori similari.

L'internamento di massa di tutti i "diversi", tutti insieme, sarà utilizzato come rozzo meccanismo di regolazione economica, sociale e politica, fino agli inizi del diciannovesimo secolo quando "la moderna scienza" creerà la differenziazione degli internamenti, ma non ne muterà, il meccanismo.

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L'ETICA DEL LAVORO E LA MORALE COMUNE

All'epoca, questo fenomeno, partorito dai primi slanci del mondo industriale, rifletteva la nuova etica del lavoro considerato come generale panacea e nello stesso tempo ribadiva la condanna dello ozio "radix malorum omnium", facendo rientrare nell'ozio l'"assenza di opera" o incapacità di adeguarsi, rappresentate dalla malattia mentale.

Il lavoro, nelle case di internamento, assume così un significato etico; lavoro e "ozio" creano così una linea di separazione che ha sostituito la grande esclusione della lebbra. L'asilo ha preso pienamente il posto del lebbrosario nella geografia dei luoghi maledetti e nei paesaggi dell'universo morale.

La malattia mentale è quindi sentita attraverso una condanna etica dell'ozio e in un'immanenza sociale garantita dalla comunità di lavoro. Sulla porta della casa di internamento di Magonza era scritto: "Se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato".

Spingendo la riflessione dal settecento ai giorni nostri emerge quindi una somiglianza tra gli internati del XVIII secolo e la figura attuale dell'asociale, del diverso, del malato mentale:

Secondo Foucault: ".. ciò probabilmente appartiene all'ordine dei risultati: poiché questo personaggio è stato suscitato dal gesto stesso delle segregazione. È sorto il giorno in cui quest'uomo, partito da tutti i paesi d'Europa per uno stesso esilio, verso la metà del XVII secolo, è stato riconosciuto come straniero dalla società che lo aveva cacciato e come irriducibile alle sue esigenze; egli è allora diventato, per il più gran conforto del nostro spirito, il candidato ideale e indifferenziato a tutte le prigioni, a tutti gli asili, a tutte le punizioni. Egli non rappresenta in realtà se non lo schema di esclusioni sovrapposte".

La condanna morale è quindi il presupposto ad un internamento che accomuna nelle stesse istituzioni piccoli delinquenti, vagabondi, ribelli, malati di mente, sifilitici, disoccupati, immorali, omosessuali, malati indigenti; in seguito si affermerà che certe forme di pensiero "libertino" come quelle di Sade (che finirà i suoi giorni a Charenton), hanno qualcosa a che vedere col delirio e la follia; si ammetterà anche facilmente che magia, alchimia, pratiche profanatrici e certe forme di bizzarra sessualità sono direttamente apparentate alla malattia mentale.

I registri d'ingresso di Bicetre riportano come causa d'internamento classificazioni come le seguenti: "dissoluto; imbecille; prodigo; infermo; cervello alterato; ragazza dissoluta; figlio ingrato; padre dissipatore; libertino; madre snaturata; prostituta; insensato; furioso".

I sifilitici e gli alienati occupano in Francia un posto d'onore e un trattamento speciale vista la doppia condanna della malattia e della immoralità che la loro condizione presenta; si prescrive la creazione di un quartiere del "grand mal" all'interno delle istituzioni; questo quartiere viene condiviso promiscuamente tra venerei e malati mentali e non si può essere ammessi a questo settore "se non a condizione di essere anzitutto sottoposti a punizione e alla frusta, il che sarà certificato dal biglietto di rilascio del magistrato", recita un regolamento dell'epoca.

Per tutti i ricoverati comunque colpi di frusta, punizioni, medicazioni tradizionali e il sacramento della penitenza, i cosiddetti "grand remedes", costituiscono il cerimoniale fisso col quale si attua l'intenzione purificatrice della società.

Il gesto che punisce l'immoralità si identifica con quello che guarisce e questa concezione permane e si perfeziona sino agli inizi del XIX secolo, costituendo l'attività principale - punizione e metodo terapeutico - dei primi asili specializzati per alienati nei quali Pinel affermerà che conviene talvolta "scuotere fortemente l'immaginazione di un alienato ed imprimergli un sentimento di terrore".

Il tema della parentela tra morale, medicina e religione risale alla Grecia Classica, ma nel XVII secolo l'ordine e la ragione cristiana l'hanno iscritto nelle loro istituzioni nella forma meno greca possibile: quella della repressione, della punizione, dell'esclusione , della coercizione e dell'obbligo di meritare la salvezza.

Certe maglie della rete sono ancora più strette e fino a circa la metà del settecento in Francia i rei confessi di "delitti di sodomia" sono ancora bruciati vivi sulla piazza, in attuazione di leggi precedenti non abolite che prescrivevano "ignis et incendium". Tanta severità tuttavia contro l'"Amore cosiddetto socratico", come lo definisce Voltaire, si attenuerà nella seconda metà del secolo che ricorrerà all'esclusione del ricovero coatto negli Hopital General, per tutti gli omosessuali, mentre nuove norme di quegli anni prevedono l'internamento di massa delle prostitute nelle "maison de force".

Si rafforza quindi con gli anni l'ideologia della famiglia borghese e della sessualità legalizzata solo attraverso il matrimonio prolifico; la monarchia assoluta affida alla discrezione della famiglia borghese la sanzione di libertà o di esclusione legittimata dalle leggi; il contrario di quanto avverrà nel diciannovesimo secolo che risolverà il conflitto tra famiglia e individuo in un affare privato prendendo la fisionomia della nascente psicanalisi.

Altri "delitti" come quello della bestemmia, vengono puniti "secondo l'enormità delle parole proferite"; nella prima metà del seicento ci furono in Francia trentaquattro esecuzioni capitali mediante rogo a causa della bestemmia.

Il suicidio appartiene anch'esso all'ordine delle "alienazioni, sacrilegi e profanazioni" ; un decreto francese del 1670 stabilisce che "Colui che ha usato violenza a sé stesso ed ha cercato di uccidersi senza riuscirci, non deve evitare la morte violenta che ha voluto darsi"; l'"omicidio di sé stesso" è condannato con la morte assimilandolo a tutto ciò che può essere "delitto di lesa maestà divina o umana".

Nel settecento i tentati suicidi verranno rinchiusi assieme agli alienati e ad entrambi vengono applicati per la prima volta i famosi "apparecchi di forza" che l'età positivista considererà come terapeutici: la gabbia di vimini dove l'alienato viene rinchiuso legato ed impossibilitato al minimo movimento, l'armadio dove si rinchiude il paziente in piedi fino all'altezza del collo, lasciando libera solo la testa.

È quindi proprio della cultura occidentale, nella sua evoluzione degli ultimi tre secoli aver fondato una scienza dell'uomo sulla moralizzazione di ciò che era stato, in altri tempi, il sacro.

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I PRIMI MANICOMI

Nella seconda metà del settecento il mondo della follia comincia lentamente a differenziarsi e nasce quindi un nuovo cambiamento.

Alcuni ospedali francesi cominciano ad introdurre norme specializzate nel loro statuto; finché c'è speranze di poter guarire un alienato, esso viene ricoverato nell'ospedale allora riservato ai "normali ammalati", e cioè l'Hotel-Dieu dove riceverà le solite cure: salassi, purghe, vescicanti e bagni.

In Gran Bretagna l'ospedale di Bethleem viene riservato ai "lunatici e malinconici" purché non siano considerati incurabili; le grandi medicazioni vengono applicate stagionalmente, tutti insieme, una sola volta all'anno, nel periodo simbolico della primavera; scrive il direttore nel 1783: "I malati devono essere salassati al più tardi alla fine del mese di maggio, secondo il tempo che fà; dopo il salasso devono prendere dei vomitivi, una volta alla settimana, per un certo numero di settimane. Dopo di ciò li purghiamo. Questo metodo fu praticato per anni prima di me, e mi fu trasmesso da mio padre; non conosco miglior sistema."

Il cambiamento è comunque molto lento a venire; se in alcuni ospedali i malati di mente hanno un posto particolare ed uno statuto quasi medico, la maggior parte di loro risiede ancora in case di internamento o più spesso in prigione, e conduce un'esistenza da carcerato.

I termini del ricovero non vengono fissati dalla sentenza che lo prescrive, come pure si esclude qualunque finalità terapeutica; documenti dell'epoca stabiliscono ad esempio che l'imputato "...in virtù di una sentenza del Parlamento lo condanna ad essere detenuto e rinchiuso in perpetuo nel castello di Bicetre e ad esservi trattato come gli altri insensati"; l'internamento non è destinato a curare, e se accade che gli venga fissato un termine, non è quello della guarigione, ma quello piuttosto della punizione e del pentimento.

I malati di mente che non hanno la "fortuna" di essere condannati al ricovero nelle case di internamento, vengono semplicemente rinchiusi nelle prigioni "dove si rinchiudono gli idioti e gli insensati perché non si sa dove confinarli altrove, lontano dalla società che rattristano o turbano. Essi servono al divertimento crudele dei prigionieri.....e non se ne prende affatto cura".

La loro condizione spesso è terribile, come descrive Esquirol dopo aver ispezionato le carceri francesi: "Io li ho visti nudi, coperti di stracci, senz'altro che un po' di paglia per proteggersi dalla fredda umidità del selciato sul quale sono distesi. Li ho visti grossolanamente nutriti, privati dell'aria per respirare, d'acqua per spegnere la loro sete e delle cose più necessarie alla vita. Li ho visti in balia di veri aguzzini, abbandonati alla loro brutale sorveglianza. Li ho visti in stambugi stretti, sporchi, infetti, senz'aria, senza luce, rinchiusi in antri dove si temerebbe di rinchiudere le bestie feroci che il lusso dei governi mantiene con grandi spese nelle capitali."

Pontchartrain descrive così le attività esterne all'ospedale:

"....i custodi degli alienati li portano talvolta a passeggiare nel cortile della casa, nel pomeriggio dei giorni feriali, e li conducono tutti assieme, col bastone in mano, come si fà con un gregge di montoni, e se qualcuno si allontana minimamente dal grosso, o non può camminare così in fretta come gli altri, lo si colpisce a colpi di bastone, tanto rudemente da storpiarlo talvolta o da rompergli la testa ed ucciderli per i colpi infertigli".

In Inghilterra le cose non sono molto diverse; scrive Tuke alle fine del settecento, dopo aver visitato la casa di internamento di Bethleem: "....Il sovrintendente non ha mai riscontrato grandi vantaggi nell'uso della medicina....egli pensa che il sequestro e la coercizione possano essere con vantaggio imposti a titolo di punizione, e ritiene in linea generale che la paura è il principio più efficace per ridurre i folli ad una condotta tranquilla".

Anche se la destinazione rimane sempre la stessa e cioè il ricovero indifferenziato nelle case di internamento o in prigione, le diagnosi nella seconda metà del settecento cominciano a differenziarsi, dando origine ai primi tentativi di definizione e catalogazione della malattia mentale che saranno in seguito esasperati dal positivismo e dalla prima psichiatria dell'ottocento.

I registri dell'internamento cominciano a riportare motivazioni di ricovero come le seguenti: "visionario che si immagina di avere delle apparizioni celesti", "illuminato che ha rivelazioni", "imbecille a causa di orribili stravizi", "imbecille che parla in continuazione", "afferma di essere imperatore dei turchi", "afferma di essere il papa", "imbecille senza alcuna speranza di rinsavimento", "afferma di essere perseguitato da persone che vogliono ucciderlo", "fabbricante di progetti in continuo", "testa balzana", "folle che vuole presentare istanza al parlamento", "uomo continuamente elettrizzato a cui si trasmettono le idee altrui", "litigioso ostinato", "uomo cattivissimo e cavilloso", "uomo che passa i giorni e le notti ad importunare gli altri con le sue canzoni e le bestemmie", "satirico", "gran bugiardo", "spirito inquieto", "infelice e burbero", "mente sconvolta che crea devozioni a suo capriccio", e così via.

Solo in Spagna le cose vanno un pò diversamente e questo avviene a causa dell'influsso della cultura araba, nella quale la cura della malattia mentale ha origini molto più antiche.

Documenti storici testimoniano infatti l'esistenza di un ospedale destinato ai folli, fondato nel settimo secolo a Fez; nell'undicesimo secolo a Bagdad; nel dodicesimo secolo al Cairo.

In tutti questi ospedali si pratica una "cura dello spirito" in cui intervengono vita a contatto con la natura, musica, danza , spettacoli ed audizione di racconti meravigliosi; sono medici che dirigono la cura e stabiliscono le dimissioni dopo aver certificato la guarigione o il miglioramento.

Gli ospedali spagnoli risentono fortemente di questo influsso; quelli di Valenza (fondato nel 1409), e Saragoza (fondato nel 1425), ancora quattro secoli dopo suscitano l'ammirazione di Pinel che li visita evidenziando "..la vita di giardino che ritma lo smarrimento degli spirito con la saggezza stagionale".

Nel resto d'Europa, come si è detto, l'internamento continua a non avere finalità terapeutiche, e le sentenze di ricovero vengono prese dai giudici senza ricorrere a perizie mediche.

In Francia in particolare nasce, agli inizi del seicento, la terribile usanza delle "lettres de cachet", un documento col quale la famiglia, i vicini di casa, conoscenti, il curato della parrocchia e chiunque sia interessato, può richiedere l'internamento di una persona che causa disturbo, disordine o problemi; il giudice non ricorre a perizia medica e, nella maggior parte dei casi, si limita a ratificare con la propria sentenza queste richieste.

Questa usanza, che, come è intuibile, si presta a crudeli ingiustizie e vendette personali o politiche, viene abolita solo nel 1784 su istanza del parlamentare Breteuil.

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EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI FOLLIA

Fino al termine del settecento la follia, come si è visto, viene annoverata e trattata non tanto come malattia, quanto come vizio morale; l'etica del lavoro (forzato), spesso ne costituisce l'unico trattamento; agli inizi del diciannovesimo secolo ancora si lascerà morire Sade a Charenton mentre si forma nella coscienza comune il concetto della "follia morale", causata cioè non da malattia ma da "cattiva volontà", "vizio", "errore etico"; siamo cioè alla estremità opposta della regola fondamentale del diritto moderno, secondo la quale il folle non è responsabile delle proprie azioni anche se criminose.

Nel settecento la follia si identifica quindi col peccato morale e lo scandalo; l'internamento ne costituisce il riuscito esorcismo e sancisce la distanza tra i malati e i "normali".

Nasce anche, verso la fine del settecento, in tutta Europa, la usanza di mostrare i pazzi rinchiusi per il divertimento o lo ammonimento dei sani. Ancora nel 1815 l'ospedale di Bethleem mostra i pazzi furiosi per un penny tutte le domeniche.

In Francia, la passeggiata a Bicetre e lo spettacolo degli insensati restano, fino alla Rivoluzione una delle distrazioni domenicali per i borghesi parigini; i folli vengono mostrati "come bestie curiose al primo tanghero che vuol spendere un soldo".

Queste esibizioni al pubblico non fanno che riconfermare la colpa della follia: ciò che costituiva scandalo tra le mura domestiche viene mostrato nell'istituzione per il crudele divertimento del pubblico, ma anche per sottolineare il distacco e l'esclusione dalla vita normale.

Nel settecento, la paura della follia e le connotazioni morali che la caratterizzavano, portavano piuttosto ad esprimere, nei confronti dei malati, un giudizio di animalità, li si paragonava a bestie feroci e li si rinchiudeva in ambienti molto più simili ad una gabbia, un serraglio che ad una casa costruita per esseri umani. Le rare istituzioni che avevano un aspetto più decente, venivano criticate e considerate un inutile lusso.

Il pazzo quindi non è un malato, è un colpevole o un animale; la follia preserva l'uomo dai pericoli della malattia, lo fa accedere ad una specie di invulnerabilità simile a quella degli animali.

La follia essendo animalità scatenata può essere padroneggiata solo mediante l'ammaestramento e l'abbrutimento.

L'evoluzione di questa concezione nell'ottocento sarà rappresentata dalla rozza psicologia meccanicistica e dalle idee "evoluzioniste" di Lombroso e del positivismo in genere.

All'epoca tuttavia, a causa della inadeguatezza degli strumenti di indagine medica, si è ancora prigionieri del dilemma: o la follia è organica (riscontrabile e misurabile) e allora appartiene alla medicina, o si tratta d'altro, e allora appartiene alla metafisica, alla morale, alla religione.

È indicativa in proposito la definizione che Voltaire dà della follia, nel suo "Dizionario filosofico" (1764):

"Noi chiamiamo follia quella malattia degli organi del cervello che impedisce di necessità ad un uomo di pensare e di agire come gli altri. Non potendo amministrare i suoi beni, quest'uomo viene interdetto; non potendo avere idee consone alla vita sociale, ne viene escluso; se è pericoloso, lo si rinchiude; se è furioso, gli si mette la camicia di forza. Qualche volta si riesce anche a guarirlo, con docce, o salassi, o diete appropriate."

Gli studi proseguono in molte direzione tentando di definire ciò che è organico e ciò che non lo è; se la visione del mondo è alterata, ciò non dipende dal cattivo stato delle finestre attraverso le quali il folle guarda il mondo, ma dalla malattia di colui che sta dietro le finestre: la medicina del settecento avanza proponendo diverse teorie: alcuni ritengono che la malattia mentale sia il risultato di una particolare malattia o predisposizione del fisico, altri che dipenda da una specifica conformazione o malformazione del cervello che tuttavia con gli strumenti medici dell'epoca non è possibile rilevare.

Questi tentativi del settecento apriranno la porta nel secolo successivo al materialismo medico, l'organicismo e comunque al tentativo di determinazione delle localizzazioni cerebrali.

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EZIOLOGIA DELLA MALATTIA MENTALE

Nel corso del diciottesimo secolo varia anche la concezione delle cause della malattia mentale; all'inizio era definita dalla sola relazione causale della antecedenza; col passare del tempo si perfeziona l'ipotesi delle cause remote che si possano spingere talvolta fino al momento della nascita.

Passando in rassegna la letteratura dell'epoca riscontriamo come i diversi autori abbiano ritenuto possibili cause della malattia mentale tutta una serie di fenomeni e avvenimenti, tra i quali, ad esempio, citiamo i seguenti: le coliche, gli umori acidi dello stomaco, la nascita durante l'eclissi di luna, la vicinanza di miniere di metallo, la collera delle nutrici, i frutti d'autunno, la costipazione, gli alimenti di cattiva qualità, o presi in troppo grande o troppo piccola quantità, l'aria troppo calda o troppo fredda o troppo umida, certi climi, la vita in società, l'aumento del lusso che determina una vita molle, la lettura di romanzi, gli spettacoli di teatro, le veglie, la solitudine, certe malattie mal guarite, il sudore, il latte, le mestruazioni, disposizione ereditaria, ubriachezza, febbri, seguito di parti, ingorghi delle viscere, contusioni, fratture, malattie veneree, vaiolo, ulcere, disgrazie, inquietudini, angosce, eccesso di devozione, appartenenza alla setta dei metodisti, abuso dei piaceri di Venere, abuso di liquori alcoolici, insolazione, grandi ed improvvise paure, violente emozioni, gli studi forzati, l'attenzione intensa, le meditazioni profonde, la collera, la tristezza, il timore, le passioni amorose, la gelosia, i lunghi e cocenti dispiaceri, l'amore infelice, le passioni dell'anima.

Quest'ultima causa ha una particolare valenza perché comincia a delineare più saldamente l'ipotesi del collegamento tra corpo e spirito, come descrive Foucault: "La passione dunque dispone gli spiriti, i quali dispongono alla passione", gli spiriti circolano e si disperdono a causa della passione, formano nell'anima una traccia dell'oggetto della passione impedendo così all'intelligenza, allo spirito e al raziocinio di staccarsene, e, se non può intervenire un giudizio critico, è la passione che predomina nella mente portando quindi anche alla follia.

La follia quindi come punizione della passione, un concetto riscontrabile già in molta letteratura greco-latina, ma nello stesso tempo l'affacciarsi di un nuovo concetto: la follia frantuma l'unità corpo/mente ed entrambi ne vengono a soffrire.

Un altro concetto psichiatrico che si affaccia all'epoca e può essere letto dai nostri occhi, riguarda il delirio.

Secondo una interpretazione etimologica, la parola delirio proviene dal latino "lira" che significa "solco dell'aratro", cosicché delirare significa propriamente allontanarsi dal solco, dalla dritta via della ragione. Il delirio è principalmente una verbalizzazione particolare che caratterizza l'ammalato di mente rispetto alle persone non ammalate.

Il che, in altri termini, indica che il linguaggio è la struttura principale della follia, un elemento caratterizzante lo stato mentale della persona; ed anche i principali autori del settecento evidenziano nel disordine del linguaggio uno tra i più eclatanti sintomi della malattia mentale.

Si considera quindi ammalata una persona quando parla troppo o troppo poco o contro il suo solito, tiene discorsi osceni o proferisce parole che non hanno alcun senso, esprime concetti che non sono condivisi dalla maggioranza della popolazione, parla con la logica dei sogni, scambia per reale ciò che è astratto o simbolico e viceversa scambia per simbolico ciò che è concreto.

PRIME CLASSIFICAZIONI

Con la seconda metà del Settecento cominciano ad essere formulate in maniera più scientifica concetti che costituiranno un riferimento fino ai giorni nostri; i medici cioè cominciano ad accorgersi che dire follia è dire niente, poiché la follia si può presentare sotto vesti molto diverse, e comincia quindi l'opera classificatrice che, come si è detto, troverà poi nell'ottocento e nei primi del novecento la sua massima espressione:

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Demenza (dementia, amentia, fatuitas, stupiditas, morosis)

Considerata inizialmente una malattia dello spirito, viene in quest'epoca assimilata alla follia e ne costituisce l'essenza.

La demenza rappresenta sia l'estrema casualità che l'assoluto determinismo: tutti gli effetti possono nascervi perché tutte le cause possono provocarla. Alcuni autori attribuiscono la demenza a particolari malattie o malformazioni del fisico, altri invece concentrano l'attenzione soltanto sull'aspetto psicologico.

È comunque rilevante il comportamento insolito o diverso da quello tenuto da tutti quanti.

La demenza quindi non ha sintomi particolari , ma è la possibilità aperta a tutti i sintomi della follia; rappresenta la prima grande categoria delle malattie mentali, la categoria-base, e la sua definizione ed i suoi sintomi, vengono spesso confusi e sovrapposti con quelli di altre forme di malattia.

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Frenesia

In base alle conoscenze dell'epoca era facile distinguere la frenesia dalla demenza perché, come scrive Cullen: "I sintomi più sicuri della frenesia sono una febbre acuta, un violento mal di testa, l'arrossarsi ed il gonfiarsi della faccia e degli occhi; certe insonnie ostinate; il malato non può sopportare né la luce, né il minimo rumore; egli si abbandona a movimenti incontrollati e furiosi".

La caratteristica della frenesia è dunque la febbre e l'origine della malattia si riscontra nel calore anche se non è ancora ben certo se il calore nasce nel cervello a causa della malattia o se il cervello si danneggia a causa dell'eccessivo calore che proviene dall'esterno; e se il calore a sua volta è provocato da un eccesso dei movimenti o da un ristagno di sangue.

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Stupidità, imbecillità, idiozia, grullaggine

Costituiscono una categoria che spesso viene confusa con la demenza e raggruppa sotto il termine di "morosis".

Viene definita come una malattia che colpisce contemporaneamente la memoria, l'immaginazione e il giudizio e si ritiene che "coloro che sono nella demenza, mostrano di tanto in tanto qualche virtù del loro antico sapere mentre lo stupido non può farlo."

Ed inoltre: "la demenza differisce dalla stupidità nel senso che le persone dementi sentono perfettamente le impressioni degli oggetti, ciò che gli stupidi non fanno; ma i primi non vi prestano attenzione, le trattano con assoluta indifferenza, ne disprezzano le conseguenze e non se ne preoccupano affatto".

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Malinconia

La nozione di malinconia nel settecento coincide con quella di un delirio non generalizzato e che colpisce solo parte delle facoltà razionali; temi deliranti che rimangono isolati e non compromettono l'insieme della ragione.

Syden Ham scrive che: "i malinconici sono persone per il resto molto sagge e molto sensate e dotate di una penetrazione e di una sagacia straordinarie. ".

Malinconia quindi come delirio parziale, c'è chi dice provocato dall'influsso della "bile nera" che altera il funzionamento della mente.

Boerhaave definisce la malinconia come "un delirio lungo, ostinato e senza febbre, durante il quale il malato è sempre occupato dallo stesso pensiero".

Dufour insiste sul "timore e la tristezza" evidenziando che: "I malinconici amano la solitudine e fuggono la compagnia; il che li rende più attaccati all'oggetto del loro delirio o alla loro passione dominante, mentre sembrano indifferenti a tutto il resto".

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Mania

La mania viene inizialmente definita per contrasto con la malinconia; Willis evidenzia che nel maniaco fantasia e immaginazione sono occupate da un flusso perpetuo di pensieri impetuosi; la mania falsa il valore di concetti e azioni; si riscontrano quasi sempre audacia e furore. La mania è quindi, secondo l'Encyclopedie "una tensione delle fibre, portata al parossismo......i malati non temono né il freddo, né il caldo, strappano i loro vestiti, si coricano nudi in pieno inverno, senza sentire freddo". Ed ancora: "I sintomi essenziali della mania sono che gli oggetti non si presentano ai malati come sono realmente".

La malattia incide non tanto sulle qualità della percezione ma sulla mancanza di ricezione delle percezioni stesse, come osserva De La Rive: "Le impressioni degli oggetti esterni non producono sullo spirito del malato le stesse impressioni che su quello di un uomo sano; il loro spirito è quasi tutto assorbito dalla vivacità delle idee prodotta dallo stato disordinato del loro cervello....il malato crede che queste idee rappresentino oggetti reali e giudica in conseguenza".


IDEE TERAPEUTICHE

Nella seconda metà del settecento, in Francia, come abbiamo osservato, si comincia a delineare la prima mappa delle classificazioni delle malattie mentali. A questo sforzo fà riscontro il tentativo di riorganizzare le terapie intorno ad alcuni concetti principali che sono emersi nel pensiero medico e scientifico nel corso degli anni.

Sembra affiorare per la prima volta la possibilità di poter curare i malati di mente piuttosto che limitarsi a rinchiuderli; è indicativa in proposito una circolare governativa del 1785 che prescrive la necessità di un accertamento medico su tutta la popolazione internata, per valutare la presenza o meno della malattia mentale e provvedere poi di conseguenza al ricovero negli istituti specializzati.

Passiamo quindi in rassegna le principali idee terapeutiche:

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Il mito della panacea

Si tratta di un concetto molto antico imparentato col mito della natura che da sola è in grado di cancellare tutto ciò che alla natura stessa non appartiene, come la malattia e la follia.

Si osserva inoltre che, mentre l'uso dei vegetali e dei sali viene reinterpretato in una farmacopea di stile razionalista, e rapportato con le patologie organiche, nel campo della malattia mentale permane più a lungo l'idea di una corrispondenza con gli elementi cosmici caratterizzata spesso da un approccio di carattere magico. Permane ancora nel settecento il tema secondo il quale la follia è legata alle forze oscure, sotterranee, notturne e che la guarigione è un risalire dalle profondità ctonie dove regnano incubi e deliri.

Il rimedio più efficace e più comunemente usato contro le malattie nervose è all'epoca senza dubbio l'oppio.

Whytt non trova parole sufficienti per esaltarne i meriti e l'efficacia contro i mali nervosi: "Esso indebolisce la facoltà di sentire che è propria dei nervi, e per conseguenza diminuisce quei dolori, quei movimenti irregolari, quegli spasmi che sono causati da una irritazione straordinaria....lo si utilizza con successo contro le malattie di testa....ed è anche efficace contro la debolezza, la stanchezza, lo sbadiglio, le mestruazioni troppo abbondanti, la colica ventosa, l'ingorgo polmonare, la pituita, l'asma spasmodica. È un agente che forma un ostacolo alla propagazione del male lungo le linee della sensibilità nervosa." Se il nervo tuttavia dopo un po' di tempo ridiventa sensibile "il solo metodo per trarre ancora frutto dall'oppio è di aumentare la dose".

Hecquet cerca di comprenderne i meccanismi terapeutici spingendo l'analisi più nel particolare, e poiché "le cause delle malattie derivano dai fluidi o dai solidi, cioè dai difetti e dalle alterazioni dei fluidi e dei solidi", l'oppio è "un solido che ha la proprietà di svilupparsi quasi tutto in vapore sotto l'effetto del calore......L'oppio, disciolto nelle viscere, diventa come una nube di atomi insensibili, che, penetrando improvvisamente nel sangue, lo traversa velocemente per andare ad infiltrarsi, con la più fine delle linfe, nella sostanza corticale del cervello".

L'effetto è quello di "rinforzare le fibre e le membrane del cervello", renderle più elastiche, rettificare ed animare "il succo nervoso". L'idea base è che "l'oppio guarisce per virtù di natura...... in esso è depositato un segreto che lo mette in comunicazione diretta con le fonti della vita".

Riprendendo il discorso della follia come legame con le forze sotterranee, risulta evidente il valore terapeutico che all'epoca veniva attribuito alle pietre preziose. Per Jean de Renou appare evidente che "in ogni pietra preziosa è infusa qualche particolare ed ammirabile virtù che l'uomo utilizza per proteggersi dai malefici, per guarire numerose malattie e conservare la salute". In questo contesto "il lapislazzuli purga senza alcun pericolo l'umore malinconico, lo smeraldo non solo preserva dal mal caduco coloro che lo portano, ma rafforza la memoria e aiuta a resistere alla concupiscenza" ; mentre per Lemery gli stessi smeraldi "sono adatti ad addolcire gli umori troppo acri, se vengono tritati finemente e presi per bocca".

Altri rimedi appaiono più direttamente legati a valori simbolici:

Lemery osserva che la violenza degli attacchi di furia e delle convulsioni può essere combattuta solo dalla violenza stessa; sarà quindi opportuno somministrare per via orale la polvere "di crani degli impiccati i cui cadaveri non sono stati sepolti in terra benedetta" oppure "il cervello di un giovanotto morto da poco di morte violenta" .

Sempre in chiave simbolica osserviamo l'utilizzo del veleno dei serpenti; scrive Madame De Sevigné: "È alle vipere che io devo la piena salute di cui godo...esse temperano il sangue, lo puliscono, lo rinfrescano...." : contro la ninfomania ed i furori d'amore, Bienville propone invece "argento vivo rivificato di cinabro, tritato con due dramme d'oro e fatto scaldare sulla cenere con dello spirito di vetriolo" similis similibus: il fuoco della medicina spegne il fuoco d'amore.

In maniera analoga, sempre secondo Lemery, un buon rimedio alla intemperanza sessuale è ottenibile bevendo diversi tipi di pozione che sia stata scaldata "immergendo nel bicchiere un ferro arroventato a fuoco".

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Cure fisiche e cure "psicologiche"

Passando a considerare invece quelle che sono le cure organizzate e codificate per la follia, oltre a quanto già esposto, si introduce una prima distinzione fra cure fisiche e cure psicologiche.

Precisiamo inoltre che sia la condizione degli alienati che lo sviluppo delle terapeutiche non procedono in Francia in quel modo uniforme che una superficiale osservazione dei testi di storia potrebbe indurre a credere. Nel settecento infatti erano presenti contemporaneamente tutte le condizioni; in base a circostanze casuali legate al luogo dove si manifestava la malattia mentale, l'ammalato poteva finire in prigione, magari per il resto della sua vita, oppure essere ricoverato in compagnia dei sifilitici in qualche ospedale, o in compagnia di altri ammalati in altri ospedali, in una casa di correzione, nei nascenti manicomi, cioè quegli istituti che qua e la cominciavano ed essere fondati sulla specializzazione delle terapeutiche. In maniera analoga, nel campo delle cure, erano presenti contemporaneamente i più diversi tipi di terapia, e anche in questo caso l'esser soggetti all'una o all'altra terapia era una questione affidata al caso.

La riunificazione degli istituti specializzati e la creazione di un organico medico specialistico, sono fenomeni dell'ottocento.

 

 

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Cure fisiche

In questo campo, possiamo osservare che i diversi rimedi si focalizzano intorno ad alcune idee base:

- la consolidazione: deriva dalla osservazione che nella follia è sempre presente una componente di debolezza; la fibra nervosa è troppo molle o troppo irritabile o troppo sensibile; la violenza del malato è una violenza passiva anche quando agisce.

Si cercheranno quindi rimedi che possano rinforzare l'animo dell'ammalato; in questo contesto gli odori più sgradevoli, come la citata "assa foetida, l'olio d'ambra, il cuoio in fase di conciatura, piume e peli bruciati tutti insieme".

L'uso di sostanze caratterizzate da un forte e insostenibile odore, avrebbe quindi la doppia funzione di scuotere improvvisamente l'ammalato ed inoltre agendo dall'esterno verso l'interno, di favorire il fenomeno opposto e cioè l'espulsione dall'interno all'esterno della malattia.

Tale è la teoria di Ettmueller secondo la quale "l'assa foetida serve a respingere, nel corpo degli isterici, tutto un mondo di cattivi desideri e di appetiti proibiti che dal corpo mobile dello utero stesso risalgono fino al petto, fino al cuore, fino alla testa e al cervello".

Analogamente per Whytt questa sgradevole sostanza "...fà sparire immediatamente il dolore degli isterici".

Altre sostanze sgradevoli vengono usate più per motivi simbolici e magici che in funzione di revulsivo; Sauvages afferma che:

"Lo spirito di Charras e la famosa acqua della Regina d'Ungheria" aiutano a far sparire l'acidità dell'animo e a recuperare il giusto peso degli spiriti animali.

Il ferro riunisce in sé due qualità opposte: se freddo quella della forza e della resistenza, se arroventato quella della pieghevolezza e della lavorabilità; il ferro comunica all'ammalato non la sua sostanza ma la sua forza e, se, come indica Whytt, "viene preso in grani finissimi, fino a duecentotrenta grani al giorno" costituisce il miglior rimedio contro "la debolezza nervosa dello stomaco e l'ipocondria".

- la purificazione: la follia è considerata tra le patologie dello eccesso; si presenta infatti spesso come "ingombro di viscere, ribollimento di idee false, corruzione dei liquidi interni, eccesso di spiriti animali".

Si sogna innanzitutto la più totale delle purificazioni, quella del sangue; Hoffman suggerisce la trasfusione sanguigna come rimedio agli stati di agitazione: a Bethleem si tenta di sostituire il sangue degli ammalati in preda alla agitazione col sangue di animali tradizionalmente calmi come le mucche ed i vitelli, ma i pazienti non sopravvivono.

Si prova poi con sostanze che preservano dalla corruzione "come la mirra e l'aloe che preservano i cadaveri fin dai tempi dell'antico Egitto" o "il famoso elisir di Paracelso" la composizione del quale non è giunta fino ai nostri tempi.

In questo quadro si impiegano due tecniche opposte: quella della deviazione degli spiriti dai percorsi patologici della malattia e quella della detersione dagli spiriti infetti.

Al primo gruppo appartengono tutti i metodi propriamente fisici che tendono a creare sulla superficie del corpo delle malattie o ferite o piaghe con l'intento di sbarazzare l'organismo dalla malattia portando dall'interno all'esterno gli elementi nocivi.

Il famoso "oleum cephalicum" era un vescicante che spalmato sulla superficie del cranio provocava pustole e piccole piaghe per consentire "l'uscita dei vapori neri fissati nel cervello"; analogo risultato è ottenibile "con bruciature e cauteri su tutto il corpo".

Si pensa inoltre che le malattie della pelle come l'eczema, la rogna ed il vaiolo possano metter fine agli accessi della follia perché la corruzione e la malattia lasciano le viscere ed il cervello per espandersi all'esterno attraverso la pelle stessa.

Si prende quindi, verso la fine del secolo, l'abitudine di inoculare volutamente la rogna nei casi di mania più ostinati.

Al secondo gruppo appartengono le tecniche che hanno più propriamente il compito della purificazione dalla malattia:

partendo dalla supposizione che la follia sia in qualche modo la presenza di sostanze amare nel sangue o nei fluidi organici, si pensa di ottenere effetti terapeutici attraverso l'uso di sostanze che possano in qualche modo contrastare e sciogliere questo amaro.

Il caffè è utile, secondo Thirion "per le persone i cui umori spessi circolano a fatica" , mentre Arsenal afferma che "coloro che ne fanno uso sanno per esperienza che...ostacola i fumi che montano alla testa....dà forza, vigore e nettezza agli spiriti animali"; Tissot invece si concentra sul sapone "che dissolve quasi tutto ciò che è concreto" e ne prescrive l'uso per via orale, o, in alternativa, il consumo dei "frutti saponosi, quali ciliegie, fragole, ribes, fichi, arance, pere, uva e altri frutti di questo tipo"; nei casi più ostinati Muzzel consiglia l'utilizzo del "tartaro solubile, utile nelle affezioni maniache o malinconiche che dipendono da umori nocivi o...prodotte da un vizio nel cervello"; per Raulin sono maggiormente utili altre sostanze ritenute solventi, quali "il miele, la fuliggine, la curcuma, i porcellini di terra, la polvere di zampe di gambero".

Diversi autori inoltre consigliano l'utilizzo di aceto, sia sotto forma di bevanda che in applicazioni esterne, quale revulsivo.

Quasi tutti i medici dell'epoca sono comunque concordi sullo utilizzo ripetuto di salassi e purghe, quali necessario approccio alla malattia mentale

- l'immersione: costituisce il punto d'incontro di due temi diversi: quello della abluzione con tutto ciò che si imparenta coi riti di purezza e rinascita; quello, molto più fisiologico dello impregnarsi che modifica le qualità essenziali dei liquidi e dei solidi.

In questo contesto l'acqua, liquido semplice e primitivo, appartiene a tutto ciò che in natura esiste di più puro e più limpido, entra nella composizione di tutti i corpi e restituisce ad ognuno il proprio equilibrio.

L'uso dell'acqua innanzitutto come unica bevanda del malato; essa, osserva Tissot: "fortifica e pulisce le viscere...scioglie gli umori malsani".

Maggiore è tuttavia l'impiego dell'acqua sotto forma di bagni, usanza che si fà risalire al trattato "De morbis acutis" di Aureliano.

Nel Medioevo, quando si aveva a che fare con un maniaco lo si immergeva tradizionalmente più volte nell'acqua fredda, fino a che "avesse perduto la sua forza e dimenticato il suo furore", come osserva Tissot.

Van Helmont quindi, considerato lo scopritore di questa terapia,

è forse più propriamente l'autore di una reinterpretazione di tecniche antiche; secondo Menuret invece, questa invenzione sarebbe il frutto del caso; e riferisce il seguente aneddoto:

"si trasportava su una carretta un demente legato ben stretto, egli arrivò tuttavia a sciogliersi dalle catene, si tuffò in un lago, tentò di nuotare, svenne; quando fu riacciuffato, ognuno lo credette morto, ma egli riprese presto i sensi che, d'un tratto, si ristabilirono nel loro ordine naturale, e visse a lungo senza subire più nessun attacco di follia".

Sulla base di questa traccia Van Helmond consiglia la massima determinazione: "la sola attenzione che si deve avere è di tuffare improvvisamente il malato nell'acqua e trattenervelo a lungo. Non c'è nulla da temere per la sua salute e la sua vita".

A Charenton il rituale prevedeva la sorpresa e aveva caratteri simili a quelli di una rinascita battesimale: "il malato discendeva alcuni corridoi a pianterreno e arrivava in usa sala quadrata, a volta, in cui era stato costruito un bacino; lo si rovesciava improvvisamente all'indietro per precipitarlo nell'acqua gelata".

A partire dagli inizi del settecento la cura dei bagni prende o riprende posto tra le più importanti terapeutiche della follia.

In questa prospettiva Doublet consiglia, per le quattro grandi forme patologiche allora conosciute, e cioè frenesia , mania, malinconia, imbecillità, l'uso regolare di bagni, aggiungendo, per le prime due, l'uso di docce fredde.

È evidente l'importanza dell'acqua in una pratica medica dominata dalla preoccupazione di equilibrare i liquidi ed i solidi; a questo potere dell'acqua. si aggiungono qualità supplementari come il caldo o il freddo.

Il freddo contrasta le patologie del calore come frenesia e mania; mentre un bagno caldo attira il sangue verso la periferia del corpo aiutando così l'espulsione degli spiriti infetti.

- la regolazione del movimento: basata sul concetto che la malattia mentale è agitazione irregolare degli spiriti, movimento disordinato delle fibre e delle idee, ingorgo del corpo e stagnazione degli umori.

Per contrastare queste patologie, si formulano due metodiche opposte.

Alla prima appartengono tutte quelle tecniche che tendono a riarmonizzare il paziente col mondo esterno utilizzando lunghe passeggiate in campagna o, secondo Burette, "corse in linea retta a velocità crescente"; Sydenham consiglia, nei casi di malinconia e di ipocondria, le passeggiate a cavallo nella campagna, mentre Gilchrist scrive un trattato intero "On the use of sea voyages in medicine".

Lange raccomanda di sottoporre gli spiriti a sensazioni e a movimenti regolari, gradevoli e misurati quali "le passeggiate in luoghi deliziosi, la vista di persone simpatiche, la musica".

Per Le Camus i viaggi "rilassano il cervello", cosi "le passeggiate, l'equitazione, l'esercizio all'aria aperta, la danza, gli spettacoli, le letture divertenti, tutte le occupazioni che possono far dimenticare l'idea fissa".

La seconda corrente di pensiero terapeutico agisce sul convincimento che l'armonia fisica e psicologica dell'ammalato possa essere ottenuta attraverso appropriati movimenti ginnici che vengono più o meno forzatamente imposti ai pazienti assieme all'utilizzo di particolari macchine da palestra.

Alla fine del secolo viene anche progettata la "macchina rotatoria per la cura della malinconia"; ne sono artefici Maupertius, Darwin e Katzenstein; l'utilizzo dell'apparecchio viene descritto da Mason Cox agli inizi dell'ottocento: "si tratta di una colonna perpendicolare fissata sia al pavimento che al soffitto; si lega il malato su una sedia oppure su un letto sospeso ad un braccio orizzontale mobile, fissato a sua volta alla colonna; attraverso un meccanismo poco complicato si imprime alla macchina il grado di velocità desiderato; la macchina è dotata di un freno per ottenere brusche fermate"; la tecnica infatti, affinata con l'esperienza, richiede velocissime rotazioni alternate a brusche frenate; in certi casi tuttavia la malinconia viene sostituita da una specie di agitazione maniacale e stati confusionali.

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Cure "psicologiche"

Nel 1771 Bienville scriveva, a proposito della ninfomania che esistono occasioni in cui si può guarirla "contentandosi di curare l'immaginazione; i rimedi fisici da soli, non possono quasi mai operare una cura radicale"; Beauchesne qualche anno più tardi sottolineava che "invano si vorrebbe tentare la guarigione di un uomo colpito dalla follia impiegando solo mezzi fisici....i rimedi materiali non avrebbero mai un successo completo senza i soccorsi che lo spirito dritto e sano deve dare allo spirito debole". L'approccio è comunque ancora fisico, perche si ritiene che attraverso la commozione dello spirito, si possa agire sul fisico ammalato del paziente.

In questo contesto, la nascente musicoterapia non rappresenta una sintesi corpo-mente, ma semmai una riscoperta del valore terapeutico che l'antichità ha da sempre attribuito alla musica.

La musica guarisce perché si rivolge all'essere umano tutto intero, penetrando il corpo e l'anima con la stessa efficacia.

Schenck riferisce di aver guarito un malinconico "facendogli ascoltare concerti musicali che gli piacevano particolarmente"; Albrecht costringe un delirante a cantare "una canzoncina che svegliò il malato, gli fece piacere, lo eccitò al riso e dissipò per sempre il parossismo".

Si utilizzano anche, in maniera analoga, le forti passioni e principalmente la paura; scrive Crichton : "è con la forza che si trionfa dei furori dei maniaci; la collera può essere domata opponendo il timore. Se il terrore di una punizione e di una vergogna pubblica si associa nello spirito agli accessi di collera, l'una cosa non si manifesterà senza l'altra: il veleno e l'antidoto sono inseparabili. Ma la paura è efficace non soltanto sul piano degli effetti della malattia, essa giunge a sopprimere la malattia stessa."

Per Tissot essendo la collera uno scarico di bile, essa è utile sia per dissolvere le flemme ammassate nel sangue che per rendere più elastiche le fibre nervose, dopo averle sottoposte ad una forte tensione.

Altri metodi, cosiddetti "morali", che verranno sviluppati nell'ottocento, cercano di creare nel malato il senso di colpa per la sua malattia, collegandolo alle forti punizioni che riceve a causa dei suoi accessi; Leuret suggerisce : "Molto sangue freddo e, quando necessario, molta severità. La vostra ragione sia la loro regola di condotta. In essi vibra ancora una sola corda: quella del dolore. Siate abbastanza coraggiosi da toccarla".

Sempre in questa chiave, più morale che psicologica, vanno lette le parole di Sauvages: "Bisogna essere filosofo, per poter guarire le malattie dell'anima. Perché come l'origine di queste malattie non è altro che un desiderio violento per qualcosa che il malato considera come un bene, è un dovere del medico provargli con ragioni solide che quant'egli desidera con tanto ardore è un bene apparente e un male reale, al fine di farlo ricredere dal suo errore".

Un aneddoto, riportato da Whytt, ci introduce a tecniche molto suggestive, come quelle usate da Boerhaave nella sua famosa guarigione dei "convulsionari di Harlem". Whytt riferisce come segue l'episodio: "un'epidemia di convulsioni" si diffonde nello ospedale cittadino; a nulla servono gli antispastici che vengono somministrati in quantità; viene allora chiamato da un'altra città Boerhaave, un medico famoso per la cura degli ammalati di mente; appena giunto egli dispone "che si portassero alcune padelle piene di carboni ardenti e che vi si facessero arroventare dei bastoncini di ferro di una certa forma particolare; poi disse ad alta voce e fece sapere in città che, poiché i metodi usati fino ad allora per guarire le convulsioni, erano stati inutili, ormai non conosceva altro che un rimedio da usare, e cioè bruciare fino all'osso con un ferro arroventato una certa parte del corpo della persona, uomo o donna, che avesse un attacco della malattia convulsiva" ; Whitt riferisce che tutti gli ammalati guarirono improvvisamente senza bisogno di essere bruciati.

Altri autori, paragonando la follia ad uno stato immaturo della persona, prediligono metodi più lenti, quelli dell'istruzione, dando vita ad una particolare forma di pedagogia.

Willis sostiene che "un maestro zelante e devoto deve educarli completamente......bisogna insegnar loro a poco a poco e molto lentamente ciò che si insegna ai ragazzi nelle scuole"; gli "studi matematici e chimici" sarebbero particolarmente indicati per ridar fiducia ai malinconici convincendoli della solidità del mondo reale.

Ammalati trattati quindi come bambini, ma con un moralismo esasperato; su tutti i folli grava una pesante cappa di paternalismo, un ordine morale imposto magari con la forza, dall'esterno attraverso la figura del medico che somministra un'istruzione rinforzata da immediate punizioni. Secondo Pinel:

"Un principio fondamentale per la guarigione della mania..consiste nel ricorrere innanzitutto ad un'energica repressione e poi alla benevolenza".

Un altro approccio, opposto ai precedenti, prevede invece la terapia del delirio attraverso la sua drammatizzazione teatrale.

La prima documentazione storica sull'uso di questa tecnica in Francia, risale al 1637: Lusitanus relaziona sulla guarigione di un malinconico che si tormentava in preda al senso di colpa, a causa dei peccati commessi; "gli si fa apparire un giovane vestito di bianco, come un angelo con le ali e la spada in mano, che, dopo una severa esortazione, gli annuncia che i suoi peccati sono stati perdonati".

Altri autori, circa cento anni dopo, riferiscono su terapie effettuate attraverso la drammatizzazione; Hulshorff descrive la guarigione di un paziente che, "credendosi morto, non mangiava affatto e stava davvero morendo a forza di non mangiare"; la terapia in questo caso viene svolta attraverso la continuazione del delirio: "un gruppo di persone che si erano rese pallide e si erano vestite come dei morti, entrano nella sua camera, preparano una tavola, fan portare i piatti e si mettono a mangiare e a bere davanti al letto. Il morto, affamato, guarda; ci si stupisce che resti a letto; lo convincono che i morti mangiano proprio come i vivi. Egli si adatta molto volentieri a questa usanza."

La stessa Encyclopedie alla voce "malinconia", suggerisce il seguente rimedio: "Quando un malato crede di tener chiuso in corpo un animale vivo, bisogna fingere di estrarglielo.....se è nel ventre si può ricorrere ad un purgante violento e far trovare poi tra le feci un animale che si è appositamente preparato."

Trallion riferisce di un medico che guarì il delirio di un malinconico che si immaginava di non aver più la testa e di sentire al suo posto una specie di vuoto: il medico accetta, su richiesta del malato, di tappare questo vuoto e gli mette sul capo una grossa palla di piombo. Ben presto il peso che ne deriva ed il disturbo doloroso, convincono il malato che egli ha una testa.

Il ritorno all'immediato della vita quotidiana, costituisce per altri la miglior cura; Bernardin de Saint Pierre racconta come si liberò, mediante questa tecnica, di uno "strano male", per cui "come Edipo vedevo due soli". Dopo aver compreso, per mezzo della medicina, che "il focolare del mio male era nei nervi", e dopo aver tentato invano diverse terapie, "a Jean Jacques Rousseau fui debitore del mio ristabilimento. Avevo letto, nei suoi scritti immortali, che l'uomo è fatto per lavorare, non per meditare. Fino ad allora avevo esercitato lo spirito e riposato il corpo; cambiai regime: esercitai il corpo e riposai lo spirito. Rinunciai alla maggior parte dei libri, rivolsi lo sguardo alle opere della natura che parlavano a tutti i miei sensi un linguaggio che né il tempo, né le nazioni possono alterare".

In questo quadro di mutamento ideologico, l'internamento forzato che serve solo a rinchiudere per escludere, comincia ad essere messo in discussione; il rigore carcerario di diverse istituzioni viene gradualmente abbandonato a favore di una concezione "naturalista" che prescrive il contatto con la natura quale unico rimedio. Jouy descrive l'esperienza della cittadina di Gheel dove è stato realizzato un istituto "aperto" : "i quattro quindi degli abitanti sono pazzi, ma pazzi davvero, e godono senza inconvenienti della stessa libertà degli altri cittadini.... Alimenti sani, aria pura, tutto l'apparato della libertà, ecco il regime che si prescrive loro e al quale la maggior parte deve, in capo ad un anno, la sua guarigione."

Questa tendenza terapeutica, come già accennato, era presente in Spagna, a causa dell'influsso arabo, già da parecchio tempo; Pinel, dopo una visita all'ospedale di Saragoza, evidenziava che vi era stato stabilito "una specie di contrappeso alle deviazioni dello spirito con l'attrazione ed il fascino ispirati dalla coltura dei campi, con l'istinto naturale che porta l'uomo a fecondare la terra e a provvedere così ai bisogni coi frutti del suo lavoro".

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CAUSE DI CAMBIAMENTO

Nella seconda metà del settecento, come è stato illustrato, si assiste ad un graduale ed articolato cambiamento dell'ideologia terapeutica nei confronti della malattia mentale.

Ma questo non è ancora sufficiente per cambiare radicalmente la situazione ed incominciare un sistematico processo di riforma delle istituzioni.

Altri elementi intervengono per far cambiare tutta quanta l'organizzazione:

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La paura del contagio

Il sovraffollamento, la promiscuità coi malati organici e la mancanza di igiene favoriscono il proliferare di molte malattie allo interno delle istituzioni; alla paura della follia si sovrappone la paura della "febbre delle prigioni" che, si dice, riesca a contagiare anche i giudici quando, in sede di processo, si avvicinano troppo agli imputati.

La casa di internamento promiscua viene vissuta come descrive Mercier: "Ulcera terribile nel corpo politico e sociale...Fin l'aria del luogo, che si sente per quattrocento tese, tutto qui vi dice che vi avvicinate ad un luogo di forza ad un asilo di degradazione e di sventura".

Il male, che si era tentato di escludere con l'internamento, riappare, con gran spavento del pubblico sotto un aspetto parte reale e parte fantastico. Il male entra in fermentazione negli spazi chiusi dell'internamento e possiede tutte le qualità che si attribuiscono agli acidi nella chimica del diciottesimo secolo; la fermentazione libera "vapori e spiriti nocivi"; così Musquinet dela Pagne descrive i locali comuni dell'Ospedale di Bicetre:

"Queste sale rappresentano un luogo spaventoso in cui tutti i mali e tutti i delitti riuniti fermentano e con la fermentazione, spandono per così dire intorno a sé un'atmosfera contagiosa respirata da coloro che vi abitano, ai quali sembra attaccarsi".

L'aria "putrida e viziata" delle istituzioni costituisce senza dubbio l'opposto alla nascente teoria di un ritorno alla natura.

Nel 1780 si era sparsa a Parigi un'epidemia di febbre; se ne attribuiva l'origine all'infezione dell'Hopital General; le cronache riportano tumulti di popolo e il serpeggiare dell'idea che forse era meglio andare ad incendiare l'ospedale per liberare la città dai suoi mali. Il luogotenente di polizia, di fronte alla agitazione popolare, nomina una commissione d'inchiesta comprendente numerosi dottori, il decano della facoltà di medicina ed il medico capo dell'Hopital General. La commissione si affretta a dichiarare che "Le notizie che hanno cominciato a circolare, di una malattia contagiosa a Bicetre, sono prive di fondamento"; le febbri dei ricoverati "sono conformi alla natura della stagione e si accordano perfettamente con le malattie osservate a Parigi nella stessa epoca".

Nello stesso tempo fiorisce tutta una letteratura medica sul problema della aerazione degli ospedali; citiamo tra gli altri Hanway - "Reflexions sur l'areation"; Gennetè- "Purification de l'air dans les hopitaux"; Coqueau - "Essai sur l'etablissement des hopitaux", tutti della seconda meta del settecento.

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Le ideologie della Rivoluzione Francese

Ricordiamo, per inciso, che in Gran Bretagna nel 1679, viene emanato l' "Habeas Corpus Act", col quale viene sancito il principio dell'inviolabilità personale e delle sue garanzie: in virtù di questa legge si ingiunge a chi detiene un prigioniero di tradurlo davanti all'autorità competente e ad essa dichiarare in qual giorno e per quale causa il prigioniero sia stato arrestato; si proibisce al giudice la possibilità di emanare sentenze in assenza dell'imputato ed infine si concede all'imputato la possibilità di fornire cauzione ed essere messo in libertà in attesa di giudizio.

In Francia, oltre alla paura del contagio, è soprattutto l'evoluzione delle ideologie politiche e sociali, in seguito alla Rivoluzione, l'elemento che produce una riscoperta della dignità dell'uomo e la conseguente volontà di tutelare questa dignità anche nel chiuso delle case d'internamento. L'effetto è duplice.

In primo luogo, ci si accorge, adesso con raccapriccio, del tipo di vita che il ricoverato conduce in istituzioni nelle quali, come scrive Mirabeau: "gli eccessi più infami si compiono sulla persona stessa del prigioniero; ci giunge notizia di certi vizi praticati frequentemente, apertamente e perfino in pubblico, nelle sale comuni, vizi che la decenza dei tempi moderni non ci consente di nominare. Ci si rivela che molti prigionieri simillimi feminis mores stuprati ed constupratores.... Quando escono hanno perduto ogni pudore e sono pronti a commettere ogni sorta di nefandezze".

La Rochefoucauld osservando le ricoverate, evidenzia che la promiscuità' tra giovani e vecchie "questa mescolanza urtante di ragazze leggere e donne invecchiate" non può produrre altro che "l'insegnamento della corruzione più sfrenata".

In secondo luogo, il ricovero indiscriminato e non controllabile dei cittadini contrasta ormai con le ideologie rivoluzionarie.

Come già ricordato, è solo nel 1784, su istanza del parlamentare Breteuil, che l'usanza delle "lettres de cachet" viene abolita.

La Dichiarazione dei diritti dell'uomo (26/8/1789) sancisce chiaramente che: "Nessun uomo può essere arrestato né detenuto se non nei casi stabiliti dalla legge e secondo le forme da essa prescritte".

Nel settembre del 1789 la Costituente designa un comitato di cinque persone destinate a visitare tutte le case d'internamento di Parigi.

Nel dicembre del 1789 il Duca di La Rochefoucauld-Liancourt presenta un rapporto nel quale evidenzia che da un lato la presenza dei folli dà alle case d'internamento uno stile degradante, dallo altro che la promiscuità che vi si tollera è indice di grande leggerezza da parte del potere e dei giudici:

"Questa indifferenza è molto lontana dalla pietà illuminata e premurosa verso l'infelice, dalla quale esso riceve tutti i lenimenti e tutte le consolazioni possibili... Si può, volendo soccorrere la miseria, acconsentire a degradare l'umanità?"

Tra il 12 ed il 16 marzo 1790 la Dichiarazione dei diritti dello uomo riceve una applicazione pratica attraverso una serie di decreti tra i quali evidenziamo la disposizione che: "Entro sei settimane a partire dal presente decreto, tutte le persone detenute nei castelli, nelle prigioni o nelle sedi di polizia in seguito a lettres de cachet o per ordine degli agenti del potere esecutivo, a meno che non siano legalmente condannate o che ci sia contro di loro un decreto di arresto, o una querela per un delitto importante che comporti una pena afflittiva, o che siano rinchiuse per follia, saranno rimesse in libertà".

Per i "rinchiusi per follia" viene disposto che: "Le persone detenute per demenza saranno interrogate dai giudici, secondo le forme in uso, per tre mesi a partire dal giorno della pubblicazione del presente decreto, e in forza delle disposizioni dei giudici stessi, saranno visitate dai medici che, sotto la sorveglianza dei direttori del distretto, chiariranno la vera situazione dei malati, in modo che questi, dopo la sentenza emessa circa le loro condizioni, o vengano scarcerati, o curati in ospedali che saranno indicati a tale scopo".

Il problema è che mancavano all'epoca gli ospedali specializzati nei quali inserire gli ammalati di mente liberati dalle prigioni; Il parlamento rivoluzionario cerca di provvedere affidando la sorveglianza degli ammalati al potere pubblico o alla famiglia.

La legge del 16/8/1790 "affida alla vigilanza della autorità dei corpi municipali....l'incarico di ovviare e di rimediare agli spiacevoli incidenti che potrebbero essere causati dagli insensati o dai furiosi lasciati in libertà e dall'aggirarsi di animali nocivi e feroci".

La legge del 22/7/91 stabilisce che: "I parenti degli insensati devono sorvegliarli, impedir loro di andare in giro e stare attenti che non provochino alcun disordine. L'autorità municipale deve ovviare agli inconvenienti che derivassero dalla negligenza con la quale i privati adempiono a tale dovere".

In questa fase iniziale, vengono tentate diverse soluzioni quali quelle di usare Bicetre, l'Ospedale di Parigi, come ospedale nazionale che riceve malati da tutta la Francia; il risultato è quello del sovraffollamento e degli incidenti a catena.

In altri casi, quando soprattutto non c'è appoggio da parte della famiglia dell'ex prigioniero, o non c'è più la famiglia, capita che i malati di mente continuino a risiedere in prigione; altri vengono assorbiti da istituzioni benefiche di carattere religioso; altri ancora saranno convogliati nei nascenti manicomi, altri, a partire dalla fine del secolo, saranno "mandati alle isole", confusi assieme alla popolazione dei futuri coloni; molti saranno abbandonati a sé stessi.

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ISTITUZIONI SPECIALIZZATE

La costituzione di istituti specializzati, sia sotto forma di creazione di nuovi ospedali, sia sotto forma di riconversione e destinazione specialistica di istituti già esistenti, avviene, non solo in Francia, ma in tutt'Europa, nella seconda metà del settecento.

Ricordiamo in quest'epoca, in Francia l'ospedale di Aix en Provence, la creazione a Parigi di circa una ventina di istituzioni specializzate (Belhomme, Bouquelon, Sainte Colombe, Laignel, Douai, Guerrois ed altre), sempre a Parigi la riconversione di Charenton, Salpetriere, Bicetre, la ristrutturazione di Saint Lazare e degli ospedali di Lione, Tours, e Marsiglia; in Germania, tra gli altri, la riapertura del vecchio Dollhaus di Francoforte, la fondazione dell'ospedale di Brema, dell'Irrenhaus di Brieg in Schleswig, dell'Irrenanstalt di Bayreuth, dell'Istituto Julius di Wurzburg; in Gran Bretagna la fondazione del Manchester Lunatic Hospital, del Liverpool Lunatic Asylum, l'istituzione del St.Luke Hospital e quella dell'ospedale di York.

Il progresso è comunque molto lento: da un lato osserviamo che saranno necessari circa cinquant'anni perché tutti i malati di mente ancora rinchiusi in prigioni, istituti correzionali, case di forza, torri, castelli, vengano trasferiti agli ospedali specializzati o rimessi in libertà; dall'altro lato rileviamo che in questi stessi ospedali specializzati la mentalità carceraria ancora per molti anni costituirà la regola di gestione e la mentalità medica e psichiatrica comincerà ad affermarsi solo dopo gli inizi dell'ottocento.

La curva demografica della popolazione internata, in Francia e in Gran Bretagna, segue ancora i grandi avvenimenti economici e politici dell'epoca: ospedali, manicomi e prigioni si riempiono nei periodi di crisi e si svuotano nei momenti di ripresa economica.

I "pezzenti", "indigenti", "poveri" costituiscono, come nel seicento, la maggioranza della popolazione carceraria o manicomiale, ripetendo meccanismi di reclusione o di sfruttamento.

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EVOLUZIONE DELLE TERAPIE

Tenon e Cabanis

In Francia solo nell'ultima decade del settecento cominciano a formarsi nuove idee terapeutiche per la cura dei malati di mente; ovvero l'influsso delle ideologie politiche della Rivoluzione comincia a produrre effetti anche nel campo della malattia mentale.

Il primo riformatore è Tenon, medico, che da un lato riesce ad imporre il concetto secondo il quale "Soltanto dopo aver esaurito tutte le possibili terapie e risorse si può acconsentire alla sgradevole necessità di togliere ad un cittadino la sua libertà"; dall'altro cerca di riorganizzare l'internamento abbandonando l'ideologia carceraria della pura contenzione e isolamento. Per Tenon, e per la prima volta, "Il primo rimedio consiste nell'offrire ai folli una certa libertà, in modo che essi possano abbandonarsi misuratamente agli impulsi naturali".

L'ospedale viene riorganizzato in maniera da lasciare ai malati di mente un certo spazio di libertà, un margine dove la follia possa mostrarsi spoglia di tutte le reazioni secondarie (violenza, rabbia, furore, disperazione, paura) che sono provocate dal contatto brutale con gli altri o da una continua repressione carceraria.

In quegli anni, nel corso di un viaggio di studio, Tenon stesso visitò l'ospedale inglese di St.Luke, mettendo in evidenza, nella relazione che ne scrisse, il valore terapeutico delle nuove regole che governavano l'istituzione inglese : "il folle, abbandonato a sé stesso, esce dalla sua cella, se lo vuole, percorre la galleria e giunge ad un cortile sabbioso all'aperto. Incline ad agitarsi, egli ha bisogno di stare a volta a volta al chiuso e allo aperto per poter cedere in ogni momento all'impulso che lo domina".

Ed ancora: "Il folle, di solito, è lasciato in libertà durante il giorno: questa libertà concessa a chi non conosce il freno della ragione è già un rimedio che previene il sollievo di una immaginazione sviata o perduta".

Il lavoro di Tenon viene portato avanti da un altro medico francese, Cabanis, che definisce la follia partendo dai rapporti che la libertà può avere con sé stessa e ribadisce l'inviolabilità della persona umana: "Quando gli uomini godono delle loro facoltà razionali, cioè quando queste non sono alterate al punto da compromettere la sicurezza e la tranquillità degli altri, o da esporre loro stessi a veri e propri pericoli, nessuno, neppure la società intera, ha il diritto di portare la benché minima insidia alla loro indipendenza".

È opera di Cabanis il primo progetto per un regolamento degli istituti destinati ai malati di mente; nella stesura del 1791 evidenziamo alcune importanti disposizioni: "I luoghi nei quali sono rinchiusi i folli devono essere continuamente sottoposti all'ispezione delle differenti magistrature e alla sorveglianza speciale della polizia"; quando un ammalato di mente viene condotto in un luogo di detenzione: "senza perdere tempo lo si osserverà sotto tutti gli aspetti, lo si farà esaminare da ispettori sanitari, lo si farà sorvegliare dagli agenti di servizio più esperti nello scrutare la follia in tutte le sue varie forme"; le limitazioni alla libertà fisica sono applicabili soltanto nei casi più gravi: "L'umanità, la giustizia e la buona medicina prescrivono di rinchiudere solo i folli che praticamente possano nuocere agli altri; d'incatenare soltanto quelli che, altrimenti, nuocerebbero a sé stessi"; in questi casi Cabanis prescrive l'eliminazione della catena "che ammacca sempre le parti che stringe" e la sostituzione con "uno stretto corpetto di robusta tela che rinserra ed imprigiona le braccia", l'invenzione cioè di quello strumento che in seguito sarà chiamato "camicia di forza"; le ammissioni in manicomio vengono minuziosamente regolamentate: "l'ammissione dei folli e degli insensati negli edifici che sono o saranno loro destinati in tutta l'estensione del dipartimento di Parigi avverrà in seguito a rapporto del medico o del chirurgo legalmente riconosciuti, firmato da due testimoni (parenti, amici o vicini di casa) e certificato da un giudice di pace della sezione o del mandamento".

Dopo l'ammissione del malato si procede ad una "lunga osservazione" da parte degli "agenti di servizio specializzati ed ispettori sanitari"; se il soggetto dà segni manifesti di follia ogni dubbio scompare, lo si può trattenere senza scrupoli, si deve curarlo, proteggerlo dai suoi errori, e continuare coraggiosamente l'uso dei rimedi indicati. Se, al contrario, dopo lungo periodo di osservazione...non si scoprirà nessun sintomo di follia...sarebbe un delitto trattenerlo per forza".

Un'altra importante innovazione introdotta da Cabanis prescrive che all'interno dell'istituzione: Si terrà un diario dove saranno annotati con scrupolosa esattezza il quadro di ogni malattia, gli effetti dei rimedi, i risultati delle autopsie.

Vi figureranno i nomi di tutti gli individui del reparto, così l'amministrazione disporrà di un resoconto delle condizioni di ognuno, settimana per settimana, o anche, se lo ritiene necessario, giorno per giorno".

I fondamenti del manicomio moderno sono così stabiliti, e a questo regime si ispireranno da quel momento in avanti tutte le disposizioni governative emesse in materia di malattia mentale.

Rileviamo inoltre che nell'ultima decade del settecento, le cronache giudiziarie francesi cominciano a riportare casi nei quali di fronte ad un delitto, anche efferato, compiuto da persona riconosciuta inferma di mente, il magistrato prescrive, non più la prigione, ma la reclusione in manicomio, parificata a quella che viene applicata ai folli che non hanno compiuto reati.

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Tuke e l'ospedale di York

Nei paesi anglosassoni l'istituzione dei manicomi segue un diverso cammino; è importante rilevare una disposizione legislativa del 1795 con la quale viene abrogato il "Removal Act", cioè la legge che consentiva alle autorità giudiziarie di "rimuovere" l'ammalato di mente che non fosse autoctono, rimandandolo manu militari al suo paese. La nuova legge prescrive che ogni comune si prenda carico degli ammalati di mente, sia originari del luogo, che stranieri. In Inghilterra tuttavia gli istituti specializzati sono ancora pochissimi; a questa carenza si provvede sostituendo l'assistenza privata e religiosa a quella pubblica.

È soprattutto "la rispettabile Società dei Quaccheri" che si prende cura degli ammalati di mente, e questo avviene, sia per lo spirito benefico e religioso di questa associazione, sia per il fatto che fin dal 1649 dal fondatore Giorgio Fox in avanti, i Quaccheri sono stati perseguitati e rinchiusi in prigione o nelle varie istituzioni, delle quali hanno quindi una profonda conoscenza.

Negli ultimi anni del settecento, sotto la direzione di Tuke, anch'egli quacchero, l'ospedale di York, ribattezzato "Il Ritiro", viene completamente ristrutturato e destinato unicamente alla terapia dei malati di mente. In esso Tuke prescrive l'abbattimento di quasi tutti i cancelli, sbarre e gabbie e l'istituzione di un regime di semilibertà controllata. Le terapie prevedono la vita all'aria aperta, la coltivazione di orti e giardini, la socializzazione tra gli ammalati, il riposo.

I malati vengono quindi inseriti nella dialettica semplice e pacificante della natura, ma contemporaneamente costituiscono un gruppo sociale dotato di propria identità riconosciuta e protetto dai contatti indiscriminati con il mondo esterno. I risultati non tardano a farsi vedere; scrive Tuke: "Lo zelo che i sovraintendenti hanno profuso nell'assicurare il benessere dei malati come potrebbero fare dei genitori premurosi ma assennati, è stato ricompensato da un attaccamento quasi filiale degli ammalati".

L'ospedale di Tuke tuttavia, non è ancora un manicomio in senso attuale; il carattere religioso dell'istituzione è sempre presente; dagli scritti di Tuke evidenziamo che il ricovero al Ritiro è spesso consigliato quando gli ammalati in altre istituzioni "sono stati mescolati con altri ammalati che si permettono un linguaggio volgare ed usanze biasimevoli" ed inoltre: "Si è pensato giustamente che la promiscuità esistente nei grandi istituti pubblici tra persone che hanno sentimenti e pratiche religiose diversi, tra dissoluti e virtuosi, tra profani e gente seria aveva come effetto di ostacolare il progresso del ritorno alla ragione e di aggravare profondamente la malinconia e le idee misantropiche".

La religione ha dunque la duplice funzione di natura e di regola, controbilancia la violenza della follia; scrive Tuke: "Incoraggiare l'influsso dei principi religiosi sullo spirito dell'insensato ha una grande importanza come metodo di cura".

Ma non si tratta di preservare i malati dall'influsso profano dei non quaccheri, quanto piuttosto di porre l'alienato all'interno di un elemento morale nel quale si troverà in conflitto con sé stesso, precostituirgli un ambiente in cui, lungi dall'essere protetto, sarà continuamente esposto alla dinamica delle legge e della colpa. E ritornano concetti già incontrati: "Il principio della paura, che difficilmente è diminuito dalla follia, è considerato di grande importanza per la cura dei folli" indica Tuke. L'angoscia rappresentata dai muri e le sbarre della prigione viene sostituita dalla paura all'interno della coscienza del malato.

Il mondo quacchero esaltava il valore del lavoro perché "Dio benedice gli uomini nella prosperità data dal loro lavoro", e questo principio trova applicazione anche all'interno dello ospedale; osserva Tuke: "Il lavoro regolare deve essere preferito sia dal punto di vista fisico che morale…è quanto di più piacevole per il malato e di più opposto alle illusioni della sua malattia". Al Ritiro il lavoro acquisterà quindi questo valore terapeutico, sganciato da ogni valore produttivo; si imporrà esclusivamente come regola morale pura: limitazione della libertà, sottomissione all'ordine, impegno della responsabilità.

Quanto al "bisogno di stima" dell'ammalato di mente, Tuke organizza tutto un complesso cerimoniale che regola i comportamenti dello sguardo; i medici ed il personale terapeutico rivolgono oppure no ostentatamente lo sguardo verso l'ammalato, nel corso di assemblee dei ricoverati, per sottolineare così il suo grado di sottomissione alle regole e il progresso che compie nel contrastare la sua malattia.

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Pinel

L'opera di trasformazione degli ospedali da generici in specializzati, continua in Francia per tutta la prima metà dello ottocento.

Bicetre, in base ad una disposizione legislativa del 1826, diventa per la prima volta un ospedale nel quale gli alienati ricevono cure fino alla guarigione; stabilisce la legge : "A partire dalla Rivoluzione, l'Amministrazione delle fondazioni pubbliche ha preso in considerazione l'internamento dei folli soltanto nella misura in cui siano nocivi e pericolosi per la società; essi pertanto non vi restano che finché sono malati e non appena si è certi della loro guarigione, essi vengono restituiti alla famiglia e alla società".

La nomina di Pinel, medico già molto famoso, a Direttore Responsabile di Bicetre indica la volontà di portare avanti il processo di specializzazione delle terapie e di tutela del malato di mente, nel rispetto della mentalità laica dello stato francese.

L'impostazione che Pinel dà all'ospedale di Bicetre, riflette quindi le ideologie democratiche dell'epoca e costituisce l'aspetto complementare alla organizzazione religiosa, quacchera dello ospedale di York.

Secondo Pinel: "Le opinioni religiose, in un ospizio di alienati, devono essere considerate da un punto di vista puramente medico; bisogna cioè scartare ogni altra considerazione di culto pubblico e di politica e bisogna solo vedere se è il caso di opporsi alla esaltazione delle idee e dei sentimenti che possono nascere da questa fonte per concorrere efficacemente alla guarigione di certi alienati." Osserva inoltre che: "consultando i registri dell'ospedale per alienati di Bicetre vi si trovano i nomi di molti preti e di molte suore, come anche di gente sconvolta da un quadro spaventoso dell'al di là".

Le pratiche religiose, o meglio, il loro eccesso, possono costituire l'innesco della malattia mentale; Pinel consiglia di non lasciare "ai malinconici per devozione" i loro libri di preghiere e i breviari di pietà, perché "l'esperienza insegna che questo è il modo più sicuro di perpetuare l'alienazione, o perfino di renderla incurabile, e più si concede il permesso di tenere questi libri, meno si riesce a calmare le inquietudini e gli scrupoli".

Pinel tuttavia si rende conto che la religione, considerata solo nel suo elementare contenuto morale può costituire un elemento molto potente per la terapia della malattia mentale.

Quello che Pinel viceversa considera nefasto è tutta la sovrastruttura di carattere sado-maso o semplicemente isterica che la religione dell'epoca presentava per impressionare emotivamente le anime semplici, incatenandole nello stesso tempo coi sensi di colpa. Quando invece si incontrino sacerdoti ragionevoli, Pinel riferisce di aver risolto diversi casi clinici, portando avanti in ospedale consigli e prescrizioni che erano state date ai pazienti prima del ricovero da parte di "confessori tenaci e misurati" o "parroci pervasi da una solida religiosità naturale".

L'asilo diventa così dominio religioso, senza religione, strumento di uniformità morale, continuità della morale sociale, richiamo ai valori democratici e alla tradizione della famiglia e del lavoro.

L'opera di Pinel rappresenta un tentativo di sintesi morale e assicura una continuità etica tra il mondo della follia e quello della ragione, ma l'ottiene praticando una segregazione sociale che garantisca alla morale borghese un'universalità di fatto.

Ricordiamo infatti che l'asilo di Pinel, nel quale progressivamente era stata operata la liberazione dalle catene e l'abolizione di molte restrizioni interne, conservava tuttavia un "reparto speciale" dove la contenzione fisica era praticata massicciamente, con l'unica differenza, rispetto ai tempi andati, che le catene sono state sostituite dalle "camice di forza" o dai "bendaggi a due o a quattro" coi quali gli ammalati venivano legati al letto. I candidati a questo reparto erano reclutati tra gli appartenenti a quattro categorie di ammalati che rappresentano simbolicamente un'offesa ai valori della società borghese.

Pinel prescrive la reclusione per "i furiosi, i disobbedienti per fanatismo religioso, i resistenti al lavoro e coloro che durante i loro accessi hanno una propensione irresistibile a rubare."

Nell'organizzazione di Bicetre, spiccano quattro tecniche base, l'uso delle quali è ricollegato con le osservazioni che precedono:

  • il silenzio, prescritto nel suo uso paradossale per cercare di scardinare i meccanismi del delirio; Pinel ne fà uso per sostenere apparentemente le richieste del malato, ma in realtà per metterlo in una continua tensione terapeutica; descrive il caso di un vecchio ecclesiastico escluso dalla Chiesa a causa del suo delirio nel quale si credeva Gesù Cristo; l'uomo è rinchiuso e incatenato al muro da oltre 12 anni e sopporta in silenzio le risate e lo schermo che gli provengono dagli altri; Pinel ne ordina la liberazione e "ordina espressamente che ciascuno imiti il suo riserbo e non rivolga nemmeno una parola a quel povero alienato. Questa proibizione, che viene osservata rigorosamente produce su quell'uomo così pieno di sé steso un effetto molto più sensibile dei ferri e delle segrete; egli si sente umiliato dall'abbandono e dall'isolamento così nuovi per lui insieme alla sua nuova totale libertà. Dopo un certo tempo e infinite esitazioni lo si vede andare spontaneamente a mescolarsi alla società degli altri malati; a partire da quel giorno ritrova idee più sensate e più giuste."
  • il riconoscimento nello specchio come esplicito invito per l'ammalato a vedersi dal di fuori del tutto realisticamente o a confrontarsi con gli altri ammalati; contatto con la realtà suggerito a livello di elementari argomentazioni ed effettuato spesso da personale non medico, come quel sorvegliante che si rivolge ad un paziente convinto di essere il Re di Francia e "gli mostra un altro alienato convinto anch'egli da tempo di essere rivestito del potere supremo e diventato oggetto di generale derisione. Dapprima il maniaco si sente straziato, ben presto mette in dubbio il suo titolo di sovrano, infine giunge a riconoscere le sue chimere. Questa rivoluzione morale inattesa si produsse in undici giorni, e, dopo qualche mese di prova, quel padre rispettoso è stato rimandato alla sua famiglia".
  • il giudizio perpetuo attraverso l'allestimento scenico della giustizia sempre presente in ospedale; Pinel relaziona su diversi casi risolti mediante "l'impressione di un timore vivo e profondo" ottenuto dal direttore stesso che si presenta ai malati ostili "con un apparato capace di spaventarli, lo sguardo acceso, un tono di voce fulminante, un gruppo di gente di servizio stretta intorno a lui e armata di grandi catene che vengono agitate con fracasso....minacciando le punizioni più crudeli".
    E le punizioni ci sono davvero e vengono applicate senza esitazione nei casi più restii; l'uso della doccia fredda diventa quasi giudiziario: "Considerate come mezzi repressivi, esse bastano spesso a sottomettere alla legge generale di un lavoro manuale ad una alienata che ne ha bisogno, a vincere il rifiuto ostinato a mangiare, a domare gli alienati trascinati da umori turbolenti".
    L'uso, in certi casi, è molto sofisticato e prevede la costruzione di un setting regressivo, come quello del bagno caldo, durante il quale "si ricorda la colpa commessa o l'omissione di un dovere importante e, con l'aiuto di un rubinetto, si getta improvvisamente un fiotto di acqua gelata sulla testa, il che sconcerta spesso l'ammalato, e scaccia l'idea dominante con una impressione forte ed inattesa. Se si ostina, si ripete la doccia, ma evitando con cura il tono duro e i termini che possono colpire o offendere; si fa capire invece che si ricorre a queste misure violente per il suo bene e con dispiacere".
  • l'apoteosi del personaggio medico, da un lato garantita dalla legge, dall'altro cardine della psicoterapia.

Infatti a partire dalla fine del diciottesimo secolo, in Francia il certificato medico diventa elemento obbligatorio per il ricovero dei malati di mente, attribuendo quindi al medico il potere dell'internamento, ma all'interno di un quadro che si cerca di rendere sempre più scientifico.

D'altro canto Pinel si rende benissimo conto che "il medico possiede sullo spirito dei malati un'influenza più grande di quella di tutte le altre persone che devono vegliare su di lui".

Ed inoltre: "Il medico di un ospizio per alienati, che abbia acquistato ascendente su di essi, dirige e regola la loro condotta a suo piacimento; deve avere un carattere fermo e mostrare alla occasione un apparato imponente di potenza. Deve minacciare poco, ma eseguire subito."

Pinel agisce quindi non tanto partendo da definizioni scientifiche o da classificazioni mediche della malattia, peraltro all'epoca molto in vigore, ma si appoggia invece sul segreto potere della autorità, della famiglia, della religione naturale, della punizione e dell'amore e non esita a ricoprire con fermezza ed energia il ruolo del padre e del giustiziere.

Utilizza cioè gli strumento magici del guaritore e del taumaturgo: basta che guardi un ammalato o che gli parli perché appaiono colpe segrete, svaniscano le presunzioni insensate e la malattia mentale si disveli alla ragione.

In senso opposto invece, e con risultati molto più modesti, agirà in seguito il positivismo psichiatrico, che cercherà di inquadrare in un ordinamento scientifico e oggettivo la malattia mentale, affannandosi a dimostrarne cause organiche, biologiche, genetiche ed ereditarie. e ricorrendo alle classificazioni per porre le distanze dal malato, e alle terapie codificate considerate come valore in sé, ignorando invece tutto l'aspetto inconscio della malattia mentale, della terapia e del rapporto medico/paziente.

La pratica terapeutica, con Pinel, entra nel terreno incerto del quasi miracolo, proprio nel momento in cui la conoscenza delle malattie mentali cerca di acquisire una veste di scientificità, oggettività e positività.

Da un lato infatti la follia viene scorporata dalla realtà comune e confinata in un campo scientifico, codificata da un sapere oggettivante, ma d'altro lato la pratica di Pinel evidenzia, ciò che sarà in seguito teorizzato da Freud, e cioè l'importanza del transfert nella psicoterapia.

Nell'ospedale di Pinel il folle tende a formare col terapeuta una sorta di coppia in cui la complicità richiama antichi rapporti di sapore sciamanico e antiche dipendenze, agisce sul versante oscuro della mente, utilizza il lato in ombra della forza terapeutica: ma nello stesso tempo si appoggia, riproducendole, alle strutture e alle dinamiche essenziali della società borghese: il rapporto famiglia-bambini, in tema di autorità paterna; il rapporto colpa-punizione, in tema di sensi del dovere, della giustizia, di colpa; il rapporto ragione-sragione intorno al tema dell'ordine sociale e morale.

Da tutto ciò deriva il potere del terapeuta: nella misura in cui il malato si trova già alienato nel suo terapeuta, all'interno della coppia terapeuta/malato, il terapeuta acquista il potere quasi miracoloso di guarirlo.

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CONCLUSIONE

Questo lavoro ha campionato un certo periodo di tempo, in una certa zona geografica, prendendo in esame i tentativi che nel corso degli anni sono stati portati avanti per cercare di definire l'essenza della malattia mentale, le sue cause e la sua terapia.

Possiamo applicare a questa ricerca, singolarmente o contemporaneamente, diverse chiavi di lettura.

Da un punto di vista puramente storico, potrà essere interessante osservare le evoluzione delle ideologie umane in relazione ai fatti storici che avvengono; ma si può anche rovesciare il punto di vista e partire dai fatti per ricostruire le ideologie che li hanno prodotti.

Da un punto di vista politico, si può ricercare tutta la trama dei rapporti di autorità, potere, supremazia, dominio da un lato e sfruttamento, repressione, discriminazione dall'altro, ovvero l'oscillare delle ideologie autoritarie e di quelle democratiche e le loro conseguenze nelle classi sociali dei diversi tipi di società che si sono succedute nel tempo.

Si può poi mettere in evidenza, partendo dallo studio della religione e dalla filosofia, l'evolversi del pensiero umano in relazione alla concezione della malattia mentale e ai significati assunti di tempo in tempo dalla follia e dalla sua cura.

Da un punto di vista psicanalitico, in senso junghiano , diventa rilevante l'analisi dei contenuti simbolici del concetto di follia e delle terapie ad essa applicate; emerge chiaramente, nei tentativi di definire la follia, tutta l'influenza e la forza degli archetipi. Una lettura junghiana di questo lavoro evidenzia in senso evoluzionista il cammino dell'inconscio collettivo nel corso dei secoli.

Ma, tornando a Pinel e ai suoi tempi, possiamo cercare un'altra chiave di interpretazione soffermandoci sulla figura del terapeuta e sul suo potere.

Al tempo di Pinel, questo potere non aveva nulla di straordinario; la sua validità si basava sull'efficacia dei precetti e dei comportamenti morali; non era più misterioso del potere del medico del settecento, quando diminuiva i fluidi o allentava la tensione delle fibre.

Il senso della pratica terapeutica è a lungo sfuggito al medico che cercava di rinchiudere il suo sapere in norme oggettivanti e statiche e secondo strutture mutuate dalla scienza classica; l'essenza della psicoterapia è quanto di più lontano esista dalla scienza intesa in senso classico.

Lo psichiatra del diciannovesimo secolo non sapeva più molto bene quale era la natura del potere che aveva ereditato dai suoi predecessori e la cui efficacia gli sembrava così estranea all'idea che egli si faceva della malattia mentale e della sua terapia.

Ma questa pratica psichiatrica, oscura e misteriosa anche per coloro che la usavano, diventa fondamentale per la situazione dello ammalato all'interno del mondo clinico/ospedaliero.

Per la prima volta la "medicina delle anime" viene scorporata, nel pensiero occidentale, dalla medicina generale; dopo Pinel e Tuke, la psichiatria diviene una medicina particolare, e lo sarà anche per quelli che maggiormente si ostineranno a ricercare le cause della follia in elementi organici o disposizioni ereditarie.

Il medico diventa sempre di più per l'ammalato lo stregone che ha il potere di guarirlo; il medico reagisce alla paura che questa immagine gli trasmette con l'invenzione prima del positivismo, poi della psichiatria classica.

Analizzando le strutture profonde delle teorizzazioni "scientifiche" sulla psicoterapia e la sua pratica, si evidenzia che questa oggettività medica è una reificazione di origine magica che ha potuto compiersi grazie alla complicità del malato e l'inconsapevolezza del medico e a partire da una pratica morale trasparente e chiara all'inizio, ma a poco a poco dimenticata via via che il positivismo prima e la psichiatria classica poi imponevano i propri miti di oggettività scientifica.

Lo psichiatra scientifico, ignorando da un lato l'importanza della l'interazione col malato, e dall'altro l'origine e l'essenza degli antichi poteri del terapeuta, si verrà spesso a trovare nella situazione in cui non avrà strumenti per spiegare certe "improvvise guarigioni"; non potendo conoscere e giustificare le dinamiche magiche del transfert, ricorrerà alla squalifica indicando queste come vere guarigioni di false malattie; il che rappresenta una operazione tautologica: la spiegazione e la responsabilità della follia sono la follia stessa.

Ma al di là delle forme vuote del pensiero positivista o del successivo razionalismo psichiatrico, l'unica realtà concreta resta la coppia terapeuta/malato e le dinamiche che la attraversano; partendo da questa osservazione, si può notare come tutta la psichiatria del diciannovesimo secolo converge veramente verso Freud, il primo che ha posto quale base della terapia la coppia terapeuta/malato, su di essa ha elaborato la sua teoria, rifiutando di mascherarla in qualche forma di psichiatria da armonizzare bene o male col resto del sapere medico.

Nella psicoanalisi freudiana, all'interno della relazione analista/analizzato la parola è utilizzata come strumento di cura delle nevrosi: la terapia consiste nel portare alla coscienza i processi mentali inconsci che condizionano in modo negativo la vita emotiva del paziente ed i suoi comportamenti.

La guarigione dai sintomi si raggiunge attraverso una nuova conoscenza interiore di sé (il cosiddetto "insight"), di tipo non solo razionale, ma emotivo, che agisce nel profondo e tende a modificare la struttura stessa della personalità, sciogliendo i conflitti nevrotici che hanno per lo più origine nell'infanzia.

Da Freud in avanti, il discorso, l'analisi, l'interpretazione, eziologia/etimologia, tutti i tentativi, tutti gli errori, lo sforzo di capire/curare, riprendono.....

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