Recensione dell'articolo:
A. Carotenuto
"Il doping e l'onnipotenza dell'atleta"
Rivista "Movimento" - Anno 5 - N.3 - 1989


L'interesse per lo sport accompagna il cammino dell'uomo fin dai tempi più lontani; le Olimpiadi dell'antica Grecia (quarto secolo avanti Cristo), rappresentavano un importantissimo momento di incontro e confronto per tutta la popolazione.

 

Lo sport mette in gioco valori profondi, forti emozioni, sentimenti di ogni tipo. La competizione sportiva rappresenta, tra l'altro, un tentativo ideale di afferrare un momento della vita nel quale la verità é indiscussa.
L'atleta vincitore, dopo una competizione leale, salendo sul podio per la premiazione, dimostra a sé stesso e al pubblico, che, in quel momento, nessun altro potrà vincere la prova che egli ha superato.

 

Per giungere a questo risultato, lo sportivo si sottopone ad una disciplina rigorosa, volta a migliorare e perfezionare il proprio rendimento fisico.
Questo tipo di impegno, che gli permette di conoscere e padroneggiare al meglio il proprio corpo e le sue potenzialità, rappresenta per l'atleta un modo per realizzare se stesso ed imparare a conoscere la sua personalità.

 

Questo per quanto riguarda la dimensione individuale; lo sport tuttavia presenta anche una dimensione comune e collettiva, rappresentata dalla competizione pubblica, la gara, che mette a confronto gli atleti e permette agli spettatori di identificarsi con la squadra del cuore o con i singoli campioni.

 

Per molti lo sport è anche l'espressione di un ideale di giustizia; la passione per le gare sportive servirebbe a compensare le continue prevaricazioni ed ingiustizie sociali, alle quali tutti quanti siamo costretti quotidianamente ad assistere. Quindi se il campione vince, non perché è il più bravo, ma perché ha preso il doping, la reazione di delusione del pubblico é generalizzata e profonda; le recenti vicende del ciclista Pantani ne sono una dimostrazione.

 

La parola "competizione" deriva dal latino "petere", che significa "tendere verso", unito al "cum", che implica la presenza di altre persone: il significato è quindi "tendere verso qualcosa, insieme ad altri".
La competizione, inoltre, non rappresenta soltanto una caratteristica del mondo sportivo, ma appartiene all'inconscio collettivo, cioè a quelle dimensioni psichiche profonde e primitive, comuni a tutti gli uomini, nelle diverse epoche storiche. Le prime gare, le prime lotte, la voglia di dimostrare di essere il più bravo in qualche attività, sono modi di esprimersi già presenti fin dai tempi più lontani; in Cina si praticavano le arti marziali come sport già nel 2700 avanti Cristo.
Non dimentichiamo inoltre che, fin dall'antichità, la gara sportiva costituiva un potente rito sociale.
Assistere ad una gara nell'antichità, permetteva agli spettatori di sentirsi parte di una dimensione collettiva e mistica, nella quale sentimenti ed emozioni venivano esaltati al massimo. A dimostrazione di questo si può rilevare come, molti templi nell'antica Grecia, fossero collegati con lo stadio sportivo, e come i riti sacerdotali fossero collegati con le competizioni, a loro volta spesso indette in onore degli dei.

 

Dal punto di vista psicologico, inoltre, la competizione può essere esaminata a due ulteriori livelli: quello intrapsichico (cioè il rapporto con se stessi), e quello interpsichico (il rapporto con gli altri).

 

Il rapporto del singolo atleta con gli altri atleti, è un concetto chiaro, ed è l'essenza stessa della competizione: ognuno cerca di vincere e di battere gli altri; per far questo in modo valido, tutti devono rispettare le regole sportive.

 

Il rapporto dell'atleta con se stesso, presenta molti aspetti, che cercheremo di evidenziare ponendoci da diversi punti di vista.

 

L'atleta combatte innanzitutto contro se stesso, contro il dolore muscolare, la stanchezza, il respiro che manca; in questo modo arriva a conoscere i limiti del suo corpo, e cerca di spingerli avanti.
La scelta sportiva, a livelli professionali, impone alla persona condizioni di vita unilaterali, per un periodo di tempo abbastanza lungo, e per la maggior parte delle ore della giornata.
Di fronte ad un impegno così pesante, ci si può domandare allora se, una parte significativa della motivazione, che spinge uno sportivo a passare la maggior parte del tempo a migliorare le sue prestazioni fisiche, non possa essere rintracciata nel desiderio di risolvere una difficoltà relativa al corpo. Da un punto di vista psicologico, si può supporre che esista una difficoltà relativa a ciò che il corpo rappresenta.

 

Un'altra interpretazione della competizione sportiva, é quella di canalizzare in modo positivo e costruttivo, l'aggressività rivolta verso gli altri. Lo sport può diventare una esperienza estremamente formativa, perché partecipare ad una gara, significa anche fair play: rispettare le regole e accettare la possibilità di perdere. L'ambiente sportivo sano abitua a contenere ed accettare la frustrazione, senza trasformare una sconfitta in una esperienza distruttiva per la personalità dello sportivo.

 

Secondo altri autori, la passione per le gare sportive potrebbe anche nascere da un'infanzia nella quale, genitori troppo ansiosi e protettivi, per paura che il figlio si facesse male, gli hanno impedito, sia di esprimere in modo naturale, la normale esuberanza dei giovani, sia di gareggiare coi fratelli o coi compagni di gioco. In questi casi la voglia di primeggiare viene portata sui campi sportivi, e la lotta con gli altri atleti, sostituisce il mancato confronto con gli altri bambini.
Il bambino, il cui io è stato ferito dal divieto di potersi esprimere, trova nello sport l'ambiente adatto a poter esprimere la forza della sua vitalità.

 

Ed ancora, tra le motivazioni che spingono un giovane a praticare lo sport competitivo, possiamo rilevare il desiderio di imparare ad entrare in relazione con le proprie energie vitali, le proprie forze istintuali. Questo è particolarmente valido per chi, percepisce la propria vitalità, come una forza incontrollabile e potenzialmente distruttiva.
La disciplina sportiva in questi casi diventa scuola di vita, perché, attraverso il rispetto delle regole sportive l'atleta può trovare un'attività regolatrice e rassicurante, cioè un contenimento delle sue energie, indispensabile al suo equilibrio psichico.

 

Tenendo presenti queste considerazioni, possiamo affermare che la gara sportiva é il terreno dove l'atleta si misura con sé stesso, mentre si relaziona con gli altri.
Questo confronto avviene attraverso il corpo, che è il fondamento naturale e spontaneo del nostro essere e dell'esistere; noi siamo il nostro corpo, ed il nostro corpo rappresenta la nostra presenza nel mondo, mentre le nostre azioni sono la prova della nostra esistenza.

 

Ma, nell'attività sportiva, il corpo pone dei limiti, spesso non ce la fa', nonostante disciplina ed allenamento, a raggiungere la meta stabilita dall'ambizione e dallo sforzo di volontà dell'io. Se il corpo viene "aiutato" artificialmente, attraverso doping o droghe in genere, si potrà forse raggiungere il successo sportivo, ma viene snaturato il rapporto basilare tra corpo ed essere.

 

Il ricorso alla droga in questo contesto assume quindi anche il significato di un estremo rifiuto di conoscere sé stessi ed accettare i propri limiti.

 

La scelta delle droghe é quindi una scelta rivolta alla negazione dei propri limiti; é la dichiarazione della incapacità a sostenere il rischio del fallimento nella gara sportiva, l'identificazione della vittoria sportiva come indispensabile affermazione di sé stessi.

 

L'atleta, che per vincere utilizza la droga, crede di diventare invincibile, é affascinato dal miraggio della vittoria, ma sostanzialmente é vittima della propria paura di perdere, e, pur di non confrontarsi con questa paura, mette in atto un comportamento autodistruttivo.

 

L'atleta che fa' ricorso al doping, non sopporta lo stress della competizione, la possibilità di vincere e di perdere; come i bambini vive nell'idea di "tutto o niente", senza acquisire la maturità adulta, che è basata sul senso di realtà.

 

Certi atleti inoltre, sviluppano una dipendenza dal successo e dalla acclamazione del pubblico, e, per non rischiare di perdere vittorie e applausi, preferiscono barare con se stessi e danneggiare il proprio corpo.

 

Ma, oltre a queste considerazioni sulla personalità dell'atleta, dobbiamo mettere in evidenza tutta una serie di altri elementi, che caratterizzano l'ambiente sportivo agonistico professionale, e che giocano un ruolo importante nella vita dell'atleta, fino a spingerlo a far uso del doping.

 

Questi elementi quindi, non riguardano la psiche dell'atleta, ma l'ambiente nel quale vive, e sono, tra gli altri:

  • lo stress di chi pratica sport a livello di professionista
  • le pressioni economiche
  • gli impegni presi per la stagione
  • i contratti che impongono risultati
  • la richiesta di continue prestazioni ad alto livello
  • le aspettative del pubblico e dei club di tifosi
  • la necessità di essere sempre vincenti
  • il confronto continuo con il record anziché con l'altro atleta
  • gli allenamenti sempre più pesanti
  • gli eventuali incidenti e le sofferenze fisiche che possono lasciare
  • la sudditanza nei confronti del coach, per cui l'atleta assume tutte le droghe che l'allenatore gli propone
  • il malcostume generalizzato in certi ambienti sportivi e il cinismo che ne deriva
  • la frustrazione dovuta alla mancanza di progressi nelle prestazioni
  • gli sponsor e il loro influsso

In un contesto così pesante, diventa difficile per l'atleta professionista, resistere alle pressioni e conservare la dignità di se stesso, ed il rispetto per il proprio corpo, che è poi rispetto per la sua stessa vita.
Anche in questo caso, il suggerimento potrebbe essere quello di rinforzare la volontà e la capacità di resistenza, attraverso la conoscenza di se stessi. "Mens sana in corpore sano" ovvero "mente sana in corpo sano" come dicevano gli antichi Romani, potrebbe indicare proprio la via da percorrere, una via che considera in modo globale la persona dell'atleta, per cui il rendimento sportivo consegue all'equilibrio della mente.