Recensione dell'articolo:
J.S.NEKI,
"Dependance: cross cultural consideration of dynamics"
American Journal of Psychoterapy 1990

La dipendenza dai genitori é una conseguenza naturale ed inevitabile della condizione del bambino; tuttavia le modalità ed il grado di dipendenza sono largamente influenzati dal tipo di cultura all'interno della quale si sviluppa il rapporto coi genitori.

Nella cultura occidentale il termine dipendenza ha una connotazione quasi sempre negativa, riscontrabile in pressoché tutta la letteratura psicoanalitica e psicologica.

In oriente l'atteggiamento é diverso, più conciliante, e le radici di questa diversità possono essere messe in evidenza sia a livello linguistico, che socio culturale.

A livello linguistico, il termine inglese "to depend" significa "essere sospesi, essere appesi, dipendere da"; significati cioè che implicano una posizione di inferiorità o subordinazione, mentre la parola indiana "asrayana" implica i concetti di "attaccarsi a, riposarsi su, cercar rifugio in, cercare appoggio, protezione, sicurezza".

A livello socioculturale, si può osservare come in occidente siano stati creati degli stereotipi a favore del termine indipendenza, che viene positivamente associato alle guerre "di indipendenza" americane o europee, mentre le nazioni dominate o colonizzate possono essere anche chiamate "dependencies".

L'etica protestante ha provveduto poi a collegare la libertà individuale con quella nazionale che ne risulta la necessaria premessa.

Non stupisce, quindi, il fatto che gli psicologi americani tendano ad apprezzare l'indipendenza personale come segnale di maturità, e i genitori americani accettino l'iniziale dipendenza del bambino, ma successivamente ne favoriscano il distacco.

In India, invece, viene valorizzato l'atteggiamento opposto, cioè quello di colui che altruisticamente si prende in carico un'altra persona, che non viene per questo considerata inferiore; quanto ai bambini, la spinta ad un loro distacco dalla famiglia è, come vedremo, poco sentita.

Dall'esame dei due diversi modelli di sviluppo, il riscontro é ancora più evidente:

In occidente, il neonato, dopo la nascita, viene per lo più allontanato dalla madre e viene portato a lei solo per l'allattamento; dorme in un lettino separato; lo svezzamento viene seguito e se possibile accelerato; i genitori temono la dipendenza del bambino come un fatto negativo, ed essi stessi desiderano riacquistare al più presto l'indipendenza che vivevano prima della nascita del figlio.

Crescendo, il bambino viene incoraggiato a seguire suoi interessi, non necessariamente in comune coi genitori, e a frequentare una propria cerchia di amici dai quali i genitori sono esclusi, mentre normalmente i bambini sono banditi dagli incontri dei genitori con altri adulti amici.

In questo contesto di esaltazione della indipendenza, anche il legame matrimoniale deve soccombere davanti al desiderio di libertà personale.

Per quanto concerne gli anziani, quando non sono più indipendenti e le loro esigenze si scontrano con quelle degli altri membri adulti della famiglia, anch'essi vengono allontanati per essere ricoverati in istituti specializzati alla loro cura e gestione.

In India, invece, il bambino fin dalla nascita viene tenuto a stretto contatto con la madre, nel contesto di una famiglia quasi sempre numerosa e centrata attorno ai figli piccoli.

Nessuna spinta viene esercitata per accelerare lo svezzamento; in assenza della madre, altre donne sempre presenti in famiglia e altrettanto "materne" o forse anche di più, provvedono alla continuità del rapporto affettivo col bimbo, che assorbe il messaggio di far parte di un gruppo di affetti, anche attraverso la tradizione orale nei racconti degli uomini della famiglia che si occupano di lui.

D'altronde i genitori indiani sono dipendenti dal figlio per immagine sociale (la madre), e per credenze religiose (il padre).

E l'anziano non più indipendente viene accettato dal gruppo familiare che si prende cura di lui.

Conseguentemente l'adulto così cresciuto, é portato a privilegiare i rapporti affettivi e personali, rispetto a quelli di altro tipo, e si sviluppa quindi l'apprezzamento verso l'atteggiamento del prendere in carico altruisticamente chi é bisognoso.

Differenze socioculturali così marcate non possono non aver riscontro anche nella gestione del setting terapeutico.

Nella cultura occidentale, il rapporto iniziale di dipendenza del paziente dal terapeuta é considerato la norma, e nello stesso tempo il limite che deve essere superato per la buona riuscita della terapia.

Questo avviene qualunque sia l'atteggiamento del terapeuta, che può essere più "materno" o più "paterno", ma che in ogni caso pone una distinzione fra dipendenza infantile e dipendenza matura.

Gli stessi pazienti, influenzati dagli stereotipi culturali che abbiamo messo in evidenza prima, tendono a liberarsi al più presto da questa dipendenza per ottenere il consenso sociale.

Da questa situazione possono essere originati transfert e controtransfert ostili o aggressivi.

In oriente, il setting terapeutico viene gestito in maniera molto diversa.

Per una migliore comprensione di queste differenze, sarà utile evidenziare, oltre alla già esaminata impostazione della famiglia ed al ruolo del bambino, anche il tipo di approccio del paziente al terapeuta stesso.

Se consideriamo il sacerdote come la figura che, in oriente e in occidente, ha assolto storicamente funzioni analoghe a quelle del terapeuta, é appunto nell'atteggiamento verso il sacerdote, che possono essere messe in evidenza le radici della differenza di atteggiamento verso lo psicanalista.

In genere il fedele di cultura occidentale, si rivolge al sacerdote saltuariamente, per lo più nei momenti di bisogno.

Il sacerdote cerca di fronteggiare i sensi di colpa attraverso la confessione, mentre la prescrizione di preghiere e di opere di beneficenza è volta anche a diminuire le ansie.

In India, il contatto col guru ricalca antichi schemi di prolungata convivenza col maestro, non solo per ascoltarne gli insegnamenti verbali, ma per prendere esempio da tutta la sua vita, dal suo stesso modo di vivere; l'adepto si pone in atteggiamento di profonda umiltà e dipendenza, tende ad annullarsi per essere illuminato e trasformato.

Questo modello di comportamento, assunto a stereotipo culturale, influenza l'atteggiamento del paziente indiano nei confronti del terapeuta, che dovrà quindi accettare un altissimo grado di dipendenza del paziente, ed intrattenere col paziente e la sua famiglia relazioni sociali reciproche di carattere informale ed amichevole, impensabili in occidente.

Il terapeuta indiano, che pretendesse di adottare un atteggiamento professionale distaccato e conforme ai canoni occidentali, si troverebbe ben presto nell'impossibilità di lavorare, perché il suo atteggiamento verrebbe interpretato come indifferenza o mancanza di impegno, ed il paziente porrebbe fine al rapporto.

Altre diversità sono collegate alla morale sessuale: in occidente, non é considerato riprovevole che due persone di sesso opposto si appartino nella stanza chiusa, dove si svolge la terapia; in oriente, questa situazione risulta inaccettabile e imbarazzante per le pazienti, ed esse reagiscono richiedendo al terapeuta il suo consenso a configurare il loro rapporto come quello di padre/figlia, o fratello maggiore/sorella minore.

Anche in questo caso, il rifiuto da parte del terapeuta di accettare questo tipo di relazione, o l'interpretazione in chiave analitica della richiesta stessa, provocherebbero la fine del rapporto.

L'atteggiamento di approccio iniziale del paziente indiano nei confronti del terapeuta, é quindi simile a quello che egli adotta nei confronti del guru, cioè qualcuno attraverso il quale il dio si manifesta a suo favore.

In questa situazione, i tentativi del terapeuta di distogliere l'attenzione dalla sua stessa persona, vengono percepiti come prova di umiltà da parte di un "sant'uomo", ed hanno per conseguenza un ulteriore aumento dell'attaccamento e della dipendenza fiduciosa.

Gli occidentali talvolta criticano il sistema indiano, e ne mettono in evidenza gli scarsi risultati, ma dimenticano il contesto nel quale molto spesso si svolge la terapia.

Capita, infatti, che molti dei soggetti in cura per la dipendenza, non vengano in ospedale perché convinti personalmente e desiderosi di cambiare, ma siano per lo più condotti in terapia dal partner o da parenti; questi ultimi poi sono molto restii a lasciare l'ammalato da solo, e continuano a stazionare in ospedale o negli immediati dintorni, per giorni e giorni, e questa presenza costante in molti casi non fa' che rendere più difficile lo svolgimento della terapia.

E' quindi necessario tenere sempre a mente il fatto che il grado di dipendenza accettabile varia in funzione anche del tipo di contesto socioculturale nel quale ci si trova ad operare.

Quindi non tutti i tipi di dipendenza possono essere definiti negativi.

Tuttavia esistono dei modelli di dipendenza che possono senza dubbio essere classificati come maligni o negativi e sono i seguenti:

  1. Dipendenza ansiosa: si verifica nei confronti di persone dal carattere tirannico, ed é alimentata dalla paura di perderne l'approvazione. Se poi la persona dominante oltreché tirannica é imprevedibile e stravagante, la difficoltà di intuirne i desideri, pone in uno stato di continua ansia il soggetto dipendente, che per lo più, deve anche reprimere la propria aggressività nei confronti del tiranno
  2. Dipendenza aderente: si sviluppa nei soggetti insicuri che cercano conferme dagli altri
  3. Sindrome dipendenza/senso di colpa, si sviluppa quando il soggetto dipendente si colpevolizza a causa del suo presunto o reale parassitismo nei confronti di un'altra persona, che concretamente ed economicamente provvede a lui
  4. Dipendenza narcisistica: è il caso di chi, ritenendosi degno di amore, lo pretende dagli altri come un diritto
  5. Dipendenza aggressiva: quando il soggetto ritiene di non essere abbastanza amato dall'altro, e tende a colpevolizzarlo per questo
  6. Dipendenza passiva: la paura di essere attivi canalizza l'energia nella masochistica soppressione dei bisogni
  7. Dipendenza apatica: il soggetto non ha risolto la situazione di amore/odio verso l'altro, e ne rimane paralizzato e dipendente
  8. Dipendenza sostitutiva: é il caso in cui il soggetto, nella incapacità di risolvere la propria dipendenza verso una persona, sostituisce questa persona con un succedaneo chimico (droga o alcol)

Concludendo, per evitare l'errore di applicare parametri estranei al contesto sociale nel quale si opera, é sempre necessario tener conto delle differenze tra oriente ed occidente.

Infatti, a seconda del punto di vista nel quale ci collochiamo, c'è chi considera la dipendenza come una distorsione del transfert; chi la considera la base di tutti i disagi psichici e quindi la accetta per lavorare poi sul maternage al fine di liberare il paziente facendogli rivivere situazioni infantili; chi infine la considera non indispensabile ma tuttavia uno strumento col quale operare.

Vi sono poi situazioni particolari (paziente gravemente ammalato fisicamente o paziente illetterato e incolto, nelle quali l'accettazione della dipendenza da parte del terapeuta, può essere l'approccio più opportuno per cominciare a lavorare.

In generale si può affermare che la dipendenza in terapia non deve generare ansia, e l'indipendenza non deve essere additata come unica meta; con questo compromesso operano molti terapeuti indiani che considerano tuttavia patologico il ripresentarsi di dipendenza di tipo infantile.

In questi casi il terapeuta accetta inizialmente la dipendenza, e poi lavora per favorire l'autostima del paziente e la riappropriazione delle sue capacità; questo può anche avvenire attraverso la proiezione su un altra figura che verrà poi abbandonata dal paziente.

In quest'ottica viene considerata molto più importante la relazione tra analista e paziente, piuttosto che l'interpretazione dei vissuti del paziente; questa conseguenza‚ legata alle considerazioni precedentemente svolte sulla necessità di agire sempre con piena coscienza del contesto socioculturale nel quale si opera.