Recensione del libro:
Virgil Ierunca
"Pitesti laboratoire concentrationnaire"
Editions Michalon, Parigi 1996

Ierunca, esule rumeno a Parigi, giornalista, ricercatore presso il CNRS francese, animatore di trasmissioni radio clandestine rivolte all'Est europeo, descrive un'esperienza poco conosciuta in Occidente, svoltasi in Romania dal 1949 al 1952 a Pitesti, una prigione completamente isolata dal mondo, situata in piena campagna, a circa un centinaio di chilometri a nord-ovest di Bucarest.

Le testimonianze su quanto allora avvenuto, sono a tutt'oggi piuttosto scarse e pubblicate solo molto recentemente; la causa di questa mancanza di informazioni è dovuta, sia allo sterminio fisico sistematico di coloro che ne sono stati le vittime, sia alla alterazione o distruzione dei documenti ufficiali, compresi quelli dello stesso processo-farsa, avvenuto dopo la chiusura dell'esperimento carcerario, sia soprattutto a causa del rifiuto a testimoniare da parte dei prigionieri sopravvissuti.

Quest'ultimo rifiuto è comprensibile analizzando nel dettaglio il tipo di trattamento al quale i detenuti erano sottoposti.

L'ideatore di questo trattamento, Eugen Turcanu, dichiara di riferirsi, dal punto di vista teorico, al pedagogo sovietico Makarenko (1888-1939), esperto di delinquenza giovanile e sostenitore della tesi in base alla quale il miglior rieducatore di un delinquente giovanile è un ex delinquente della stessa età.

Turcanu, ex giovane fascista perseguitato, divenuto in seguito acceso comunista, presenta il suo progetto di rieducazione al generale Nikolski, allora capo della Securitate, e ne ottiene l'approvazione.

Nel dicembre 1949 Turcanu, assieme ad un gruppo di fedeli collaboratori, si installa nel carcere di Pitesti, scelto per la sua ubicazione: un luogo inaccessibile a testimoni esterni e lontano da qualunque centro abitato.

Le persone allora rinchiuse a Pitesti sono quasi tutti giovani, studenti e lavoratori, condannati per motivi di dissidenza politica al regime.

Turcanu ed i suoi seguaci si mescolano ai prigionieri, dichiarando inizialmente di essere essi stessi prigionieri, con ancora parte della pena da scontare, ma con la qualifica di educatori.

Ciascun membro del gruppo di Turcanu si interfaccia con un singolo detenuto, col quale intrattiene, sfruttando la solidarietà tra prigionieri, falsi rapporti di amicizia, volti allo scopo di creare legami affettivi e di ottenere confidenze ed informazioni sulla persona e sui suoi amici o complici ancora in libertà.

Ad un segnale concordato la situazione improvvisamente viene rovesciata: il potere è nelle mani di Turcanu e del suo gruppo che comincia a torturare metodicamente gli altri detenuti, mentre le guardie fingono di non vedere o collaborano alle torture.

La "rieducazione" viene portata avanti sottoponendo i detenuti a supplizi tanto fantasiosi quanto crudeli; viene tolta ai prigionieri qualsiasi sicurezza di poter essere risparmiati, poiché vengono colpite atrocemente le persone più diverse e per i più diversi motivi; vengono dissacrati sistematicamente i valori della dignità umana, della famiglia, della religione.

Pitesti presenta tre caratteristiche che la differenziano da analoghe esperienze:

  • la prima è l'impossibilità di suicidarsi da parte dei detenuti; vengono realizzate modifiche edilizie al carcere per impedirlo;
  • la seconda consiste nel fatto che torturatori e torturati condividono la stessa cella, il che impedisce, sia di potersi rilassare anche solo per un momento, sia di poter godere della solidarietà degli altri compagni di sventura.
  • terza caratteristica è la negazione del ruolo di vittima del prigioniero e deriva dalle modalità del processo di "rieducazione", che a sua volta comprende quattro fasi:
    • "smascheramento esteriore" : il prigioniero viene costretto attraverso tortura a rivelare i nomi dei "complici" ancora in libertà, specie se si tratta di parenti o amici; i dati raccolti vengono trasmessi alla Securitate;
    • "smascheramento interiore" : sempre attraverso la tortura vengono denunciati coloro che, detenuti o guardie, abbiano mostrato debolezza all'interno del carcere;
    • "smascheramento morale pubblico " : il prigioniero deve, davanti a tutti, abiurare i suoi ideali politici e religiosi, e distruggere la reputazione dei propri parenti più stretti ed amici più cari;
    • "metamorfosi" : per dimostrare di essere veramente convinto di quanto dichiarato, il prigioniero viene reclutato nel gruppo dei torturatori e deve dare prova delle sua capacità torturando spesso a morte un suo parente, amico o compagno.

E' quest'ultima caratteristica che rende l'esperienza di Pitesti diversa da analoghe esperienze di strategia del terrore; ed è sempre per questo motivo che i prigionieri sopravvissuti si rifiutano di rendere testimonianza; l'essere sopravvissuti a Pitesti significa infatti aver torturato e talvolta ucciso.

L'esperienza di Pitesti viene estesa in un primo tempo ad altre due prigioni, ma poi fermata nel 1952 poiché cominciano a circolare delle voci, da parte di ex detenuti "rieducati" e rilasciati, su cosa avviene all'interno di quel carcere; inoltre sono presenti in Romania in quegli anni parecchi tecnici stranieri che lavorano per aziende estere, e si teme la diffusione delle notizie all'occidente.

Segue, nel 1954, un processo-farsa, al termine del quale si dichiara l'assoluta estraneità della organizzazione statale e politica rumena a quanto accaduto nel carcere; la tortura sistematica dei prigionieri è imputabile solo ad un complotto di ex "Legionari di Horia Sima...agenti dell'imperialismo americano", volto a screditare il Partito Comunista Rumeno; il direttore della prigione viene criticato per la mancanza di sorveglianza che ha potuto consentire le torture, ma nello stesso tempo ne viene elogiata la fedeltà poiché egli stesso ha denunciato il fatto.

La sentenza che pone termine al processo condanna a morte Turcanu e a qualche suo stretto collaboratore, ai quali viene imputata l'intera responsabilità di quanto avvenuto; la documentazione relativa a Pitesti viene in seguito alterata o parzialmente distrutta.

Restano i dati generali sulla repressione in Romania: 3 milioni di arresti, condanne per 25 milioni di anni di prigione, detenuti politici morti in prigione circa 300.000.