Pubblicato su "Diagnosi & Terapia" n.10 - 20/12/98

Dott. Roberto Vincenzi


"TANTO VA' LA GATTA AL LARDO..." (*)

Una coppia sta litigando, forse lui é arrabbiato per qualche motivo, forse lei lo ha fatto arrabbiare; forse lui é geloso, forse lei lo ha fatto ingelosire, chi lo sa. Quel che si sa é che lui é esasperato dalla ripetizione di un certo comportamento da parte di lei, comportamento che lui ritiene negativo e moralmente condannabile.

Ad un certo punto della discussione lui sente l'esigenza di ribadire a lei che se farà ancora quella certa cosa, forse lui non tollererà più e forse romperà la relazione e la lascerà.

Potrebbe dirlo in tanti modi diversi, con maggiore o minore enfasi, e, in base alle emozioni del momento, e al tipo di rapporto di coppia, potrebbe cercare onestamente il dialogo, oppure passare alla polemica delle minacce e dei ricatti.

In un modo o nell'altro, lo direbbe sempre molto direttamente: "... se fai ancora quella cosa io ti lascio" , "lo sai che mi dispiace quando fai così, ne abbiamo già parlato, io non ne posso più e penso di andarmene per conto mio piuttosto che sopportare ancora", "...non so se lo fai apposta o se non sei capace di trattenerti, io non ne ce la faccio più e son qui che penso di mollarti una volta per sempre", "...é successo ancora! basta non ne posso più di te!", "é successo ancora, fermiamoci a parlarne e vediamo di capire come la possiamo risolvere, ma guarda che la mia pazienza é al limite", "...se me ne fai un'altra così...sarà… l'ultima!"

Oppure potrebbe voltarsi verso di lei in maniera più o meno plateale, magari minacciandola muovendo su e giù la mano col dito teso, e dirle semplicemente "...tanto và la gatta al lardo...." lasciando in sospeso il finale del proverbio, sapendo che lei lo sa.

E, lei capirebbe perfettamente il significato della frase.

Eppure in quella stanza non c'é nessuna gatta che rischia di farsi tagliare le zampe da una trappola che contiene un pezzetto di lardo come esca. Nessuna gatta, nessun lardo, nessuna trappola, ma il messaggio che lui vuole far arrivare a lei viene perfettamente capito.

Ora, questo non sorprende nessuno; adoperare i proverbi fà parte del nostro modo di esprimerci e possiamo immaginare facilmente molte situazioni di dialogo che possono essere affrontate usando un proverbio:

E così via, ognuno di noi potrebbe immaginare decine di situazioni come questa, circostanze nelle quali qualcuno pronuncia una frase (il proverbio), apparentemente senza senso e fuori contesto, e viene invece perfettamente capito dall'altro interlocutore.

Cosa succede quando utilizziamo un proverbio?

E' come se facessimo vedere a chi parla con noi una fotografia nella quale é riprodotta più o meno drammaticamente la situazione del proverbio.

La fotografia ha in impatto emotivo, fà appello al mondo delle emozioni e dei sentimenti, non é una risposta diretta come quelle che abbiamo visto nell'esempio della coppia che sta litigando.

Eppure l'altro é come se, in una brevissima frazione di secondo, vedesse la foto, rimanesse emozionalmente colpito dal contenuto della foto, poi ci ragionasse sopra e traesse una conclusione dall'immagine che ha visto, paragonasse la situazione del proverbio con la situazione che sta vivendo in quel momento, e infine applicasse la conclusione tratta dal proverbio alla situazione presente.

In altre parole si potrebbe dire che usare proverbi significa utilizzare il linguaggio "analogico".

Linguaggio "analogico" e linguaggio "digitale" sono termini entrati in uso in seguito agli studi compiuti negli anni '60/'70, da parte di un gruppo di ricercatori che lavoravano presso il Mental Research Institute di Palo Alto, California.

Analogico, cioè "non logico", é qualcosa che, come il proverbio, non é rivolto alla parte razionale della nostra mente, ma a quello che potremmo chiamare il nostro cuore, e cioè le emozioni e i sentimenti.

Digitale, dall'inglese "digit" che significa numero, é tutto quello che si indirizza al nostro cervello visto nelle sue capacità di ragionamento, logica, analisi, matematica.

L'uso delle parole é quasi sempre digitale, razionale: se io ti parlo e non metto le parole nella giusta posizione, se non utilizzo i verbi ed i nomi appropriati, tu non mi puoi capire.

Volendo essere più precisi si potrebbe ancora notare che il linguaggio delle parole si presta al linguaggio digitale ma anche ad usi analogici come l'uso dei proverbi; viaggiando tra il digitale e l'analogico, con le parole si può decidere come modulare le emozioni: c'é una grossa differenza tra il dire "quello che hai fatto mi dispiace molto" e il dire "mi hai spezzato il cuore"; ed ancora, parliamo di "mente" per indicare la razionalità o l'intelligenza e di "cuore" per indicare i sentimenti, quando tutti sappiamo che il cuore é un muscolo che serve a pompare il sangue e non é certo la sede delle nostre emozioni d'amore; ed ancora, se dico "Carlo é un leone", tutti capiscono che sto dicendo che é un uomo coraggioso e non un animale con la criniera.

L'uso dei gesti fà parte del linguaggio analogico; attraverso il gesto, senza parlare, comunico una certa risposta o un mio atteggiamento; in Italia abbiamo anche tutta una serie di gesti e gestacci già codificati e conosciuti da tutti.

Ma posso comunicare in maniera analogica anche con la posizione che assumo col corpo: se ti ascolto stravaccato sul divano, mostro meno attenzione che non seduto e leggermente reclinato verso di te, come per sentire meglio le tue parole; con le espressioni del viso, o solo con uno sguardo, posso farti capire se sono d'accordo con te.

L'arte visiva, figure, disegni, fotografie, quadri, immagini pubblicitarie e non, quasi sempre appartengono al mondo analogico, ci fanno provare delle emozioni.

Il bravo comunicatore, il giornalista, l'attore, il politico, l'uomo di spettacolo, il pubblicitario, in modo istintivo o in modo razionale utilizzano sempre i due linguaggi per rafforzare il loro messaggio.

Se il destinatario del messaggio viene colpito al cuore e alla mente nello stesso momento, il messaggio sarà più incisivo:

Concludendo, se un certo messaggio ci colpisce o ci turba particolarmente, prima di seguire il messaggio, dovremmo domandarci se il nostro turbamento deriva dal contenuto stesso del messaggio, o se é invece il frutto di un ben calcolato sistema che utilizza contemporaneamente e in modo forse troppo disinvolto il linguaggio analogico e quello digitale.

E in questo caso, forse sarebbe meglio continuare per la nostra strada e rispondere a chi cerca di farci fare quello che vuole lui "....tanto và la gatta al lardo".


-(*) "Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino"

dal Vocabolario della Lingua Italiana, Zingarelli, Editore Zanichelli, Bologna 1990: "Se la gatta torna troppe volte a rubare il lardo, verrà il momento che la zampa le resterà presa nella trappola. Si dice per avvertire del rischio crescente che si corre nel ripetere troppe volte imprese azzardate, pericolose ecc., e soprattutto se condannabili"

INIZIO


Home Indice Pubblicazioni


Ultimo aggiornamento agosto 2002